Restate in allerta!
È iniziata la post-produzione del mio prossimo libro (sì, la parte più pallosa 😅).Nel teaser qui sotto si svela il titolo… e presto arriverà anche il resto.
“Benvenuti nel mio piccolo caos ordinato: tra libri, podcast e recensioni, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire… o da discutere!”
“Benvenuto nel mio mondo di storie, suoni e pixel: qui si parla di film, musica, videogiochi, serie e libri… insomma, di tutto quello che fa perdere tempo nel modo migliore.”
“Recensioni, ironia e un po’ di sana opinione personale. Perché qualcuno doveva pur dirlo.”
“Benvenuto tra le mie storie: qualcuna fa sorridere, qualcuna fa tremare… ma tutte lasciano il segno.”
Creatore: William Oldroyd
Anna Andrews (Tessa Thompson), giornalista in crisi, torna nella sua città natale in Georgia per indagare sull’omicidio di un’amica d’infanzia. Un caso che la costringe a collaborare — e inevitabilmente scontrarsi — con l’ex marito Jack Harper (Jon Bernthal), detective incaricato delle indagini. Tra vecchi rancori, segreti mai sepolti e sospetti reciproci, il passato riemerge con tutta la sua forza.
Netflix ci ha ormai abituati a lanciare, quasi in sordina, miniserie poco pubblicizzate che finiscono poi per ritagliarsi uno spazio importante tra gli appassionati del genere. La sua verità rientra perfettamente in questa categoria.
Si tratta di un thriller solido e coinvolgente, tra i più riusciti presenti sulla piattaforma: cupo, diretto, a tratti persino spigoloso, ma sempre efficace. Il vero punto di forza sta nei personaggi, tutt’altro che lineari, costruiti su ambiguità e zone d’ombra che emergono progressivamente nel corso delle sei puntate.
I continui colpi di scena — mai gratuiti — e una regia essenziale, ma funzionale, accompagnano lo spettatore in un racconto che non cerca di reinventare il genere, ma lo interpreta con sicurezza e personalità.
Un’ottima scelta per chi ha voglia di un thriller teso e avvolgente, di quelli che confermano come, quando si tratta di questo tipo di storie, gli americani sappiano ancora colpire nel segno.
Creatore: George R. Martin
Circa novant’anni prima degli eventi de Game of Thrones, il giovane cavaliere errante Ser Duncan l’Alto (Dunk) e il suo scudiero Egg — apparentemente un ragazzo qualunque — affrontano tornei, intrighi e sfide per dimostrare coraggio e lealtà. Tra alleanze inaspettate, tradimenti e rivelazioni sul destino reale di Egg (Aegon Targaryen), i due imparano cosa significhi essere davvero cavalieri in un mondo crudele e spietato.
Tratta da una novella di George R. R. Martin e ambientata novant’anni prima dei fatti de Game of Thrones, questa “piccola” serie si incastra perfettamente nel mondo creato dall’autore, ma lo fa in modo intelligente, prendendo le distanze — finalmente — da quell’impalcatura piena di personaggi, famiglie e luoghi che funzionava benissimo ne Il Trono di Spade, ma che in House of the Dragon finiva per risultare spesso confusa e poco accattivante.
A Knight of the Seven Kingdoms invece semplifica tutto: la puoi seguire anche senza conoscere le altre serie e, proprio grazie a questo approccio più essenziale, i personaggi riescono ad arricchirsi e a mostrarsi in tutte le loro sfaccettature. Anche la trama è costruita con intelligenza, accompagnando lo spettatore verso un finale a cui si arriva pienamente consapevoli di ogni sviluppo.
Il minutaggio ridotto — circa trenta minuti a episodio — invoglia a proseguire senza sosta, rendendo la visione scorrevole e quasi “dipendente”.
Capitolo attori — e questa è una cosa di cui si parla sempre troppo poco nelle serie —: come sempre, bravissimi. Ottima anche la fotografia, a tratti granulosa, capace di restituire un’atmosfera medievale credibile e immersiva.
HBO sbarca in Italia con la sua nuova piattaforma e ci regala subito una delle migliori serie del 2026, in attesa della già annunciata seconda stagione.
Creatore: David F. Sandberg
Un anno dopo la misteriosa sparizione di sua sorella Melanie, Clover e i suoi amici si recano nella remota valle in cui la ragazza è scomparsa, in cerca di risposte. Esplorando un centro visitatori abbandonato, il gruppo viene inseguito da un assassino mascherato che li uccide uno dopo l’altro. Ma c’è un problema: ogni volta che muoiono si risvegliano all’inizio della stessa notte, intrappolati in un loop da cui sembra impossibile uscire.
Con David F. Sandberg alla regia, già autore dei riusciti Lights Out e Annabelle: Creation, il film prova a riportare il regista nel territorio horror adattando il celebre videogioco Until Dawn, uscito su PlayStation 4 e diventato negli anni un piccolo cult tra gli appassionati del genere (soprattutto per la sua esperienza in realtà virtuale).
La pellicola, però, si discosta parecchio dal materiale originale. Un cambiamento che di per sé non sarebbe un problema, se non fosse che proprio nella trama – che in un film dovrebbe rappresentare il punto di forza rispetto a un videogioco – finiscono per emergere le maggiori debolezze.
Il cast è appena sufficiente e i personaggi, volutamente stereotipati, non riescono mai davvero a creare empatia con lo spettatore. Anzi, a un certo punto si arriva quasi a sperare che spariscano dalla scena il prima possibile.
Si arriva così all’atteso finale – atteso più nel senso che si spera che il film finisca presto – in modo piuttosto confuso. E alla fine resta in testa quella domanda che un buon horror dovrebbe evitare di farti venire: se era così facile uccidere il mostro e liberarsi, perché non lo hanno fatto prima?
Il consiglio è semplice: recuperate il videogioco Until Dawn, che resta un’esperienza horror decisamente più riuscita. Questo film, invece, potete tranquillamente saltarlo.
Bruno Mars – Romantic
A dieci anni dall’ultimo disco (sono davvero passati dieci anni? Oh my God…) torna il nostro Bruno con un album che non si discosta troppo dai precedenti: tanto soul, R&B e quella leggerezza contagiosa che, di questi tempi, non guasta affatto.
Il sound è pulito e la produzione è impeccabile, confezionando un lavoro che difficilmente stanca e che probabilmente ci accompagnerà per buona parte del 2026.
Siamo solo all’inizio dell’anno, ma c’è già chi grida al possibile album dell’anno.
Gorillaz – The Mountain
Torna il progetto guidato da Damon Albarn dopo il non troppo convincente Cracker Island, con un disco che guarda molto a Oriente. Le sonorità hanno infatti un forte sapore indiano e diversi richiami all’Asia.
Nei testi emergono anche i lutti che hanno colpito il gruppo: nel giro di un anno sono scomparsi sia il padre di Albarn sia quello di Jamie Hewlett, cofondatore del progetto. Il tema però viene trattato in modo spirituale più che analitico.
Il risultato è un album ricco di sfaccettature che invita a più ascolti per essere colto fino in fondo.
Blackpink – Deadline
Le ragazze coreane proseguono il loro percorso con un lavoro solido e coerente. Le tracce sono divertenti, energiche e fatte apposta per muovere il culo.
Sono sfrontate, moderne e perfettamente in linea con il pop globale di oggi. A mio parere restano il miglior gruppo K-Pop in circolazione.
Ora non resta che aspettarle dal vivo.
Creatore: Daniel Chong
La protagonista Mabel, una giovane amante della natura, utilizza una tecnologia rivoluzionaria per trasferire la propria mente in animali robotici, esplorando il mondo naturale e vivendo un’avventura dal forte sapore ecologico.
Torna la Pixar con una nuova pellicola che già dalla sinossi lascia intuire chiaramente dove vuole andare a parare: vivere in armonia con la natura potrebbe essere l’unica via di fuga da un’epoca fatta di soprusi, incarnati dal personaggio del sindaco, e di cieca fame di potere, rappresentata dalla farfalla.
Uno degli aspetti più interessanti del film è l’assenza di una divisione netta tra buoni e cattivi. Persino la protagonista, nonostante le sue nobili intenzioni, commette errori che rischiano di provocare conseguenze irreparabili. Un’idea interessante sulla carta, che però non sempre trova una piena realizzazione sullo schermo.
Il problema è che, nel tentativo di ribadire il messaggio a tutti i costi, la struttura del film finisce per scricchiolare. Il ritmo è zoppicante e i personaggi sembrano uscire da uno stampo ormai troppo riconoscibile: gli anziani sono immancabilmente saggi e un po’ svitati, i ricchi sempre arroganti e viziati, mentre i protagonisti restano i soliti solitari presi di mira da tutti.
Serve un cambio di marcia. In Jumpers, così come nel precedente Elio, si ha spesso la sensazione di assistere a un film che procede con il pilota automatico. La creatività e la freschezza che per anni hanno reso Pixar uno studio capace di sorprendere sembrano, almeno per ora, un po’ appannate.
In attesa di Toy Story 5, con il timore che possa trasformarsi nell’ennesima critica alla tecnologia, resta la speranza di ritrovare presto la Pixar dei tempi migliori: quella capace di regalarci opere come Coco, Inside Out e Wall-E.
Creatore: Scott M. Gimple
Interpreti: Andrew Lincoln e Danai Gurira
The Walking Dead: The Ones Who Live è una miniserie, sesto spin-off del franchise The Walking Dead, nonché terzo sequel ufficiale, che riporta in scena Andrew Lincoln e Danai Gurira nei ruoli iconici di Rick Grimes e Michonne.
La storia ruota attorno al loro ricongiungimento, anni dopo la presunta morte di Rick. Separati dalla potente CRM (Civica Repubblica Militare), i due cercano di ritrovarsi in un mondo profondamente cambiato, affrontando minacce che non arrivano solo dai morti, ma soprattutto dai vivi.
La miniserie parte bene. Anzi, molto bene. Riesce a restituire allo spettatore quell’alchimia tra i personaggi che nelle ultime, stancanti stagioni della serie madre si era progressivamente dissolta. Rivedere Rick e Michonne insieme funziona, e funziona perché Lincoln e Gurira hanno ancora una chimica potente, con Gurira che spesso riesce persino a rubare la scena.
Peccato che, già dalle prime puntate, emergano alcune crepe difficili da ignorare. Le motivazioni dei protagonisti risultano spesso fragili: lasciare due figli in un mondo infestato dagli zombie per inseguire un ricongiungimento romantico? Oppure temere di scappare dalla Repubblica Militare perché “verrebbero a cercarti e sterminerebbero la tua famiglia”… come? dove? perché? Sono interrogativi che la serie solleva, ma non si prende mai davvero la briga di affrontare.
Tolte queste incongruenze — ormai quasi un marchio di fabbrica del franchise — le prime puntate scorrono via con un buon ritmo. Il problema arriva dopo. Proprio come accadeva nella serie madre, il soggetto iniziale si sgonfia e lascia spazio a una parte centrale che dovrebbe alzare la posta in gioco… ma finisce per diventare un enorme punto interrogativo.
Finalmente si può scappare? No. Perché? Perché vogliamo distruggere il CRM. Da soli. Senza un piano credibile. E i figli lasciati a casa? Dettagli.
Il finale poi riesce nell’impresa di superarsi. In dieci minuti, con una soluzione che definire “alla Bugs Bunny” è quasi un complimento, i protagonisti annientano un esercito, eliminano il villain di turno (caratterizzato più dai capelli improbabili che da una reale profondità), sfuggono a orde di zombie, trovano il tempo di baciarsi, liberano la Repubblica… ma chi te l’ha chiesto?
E soprattutto: era davvero questo il punto?
Il rientro a casa, dai due figli praticamente dimenticati per tutta la stagione, dovrebbe essere il momento emotivamente devastante. Invece lascia un senso di vuoto, come se la serie fosse più interessata a chiudere il cerchio in fretta che a dare peso alle conseguenze.
Ed è un peccato. Perché The Walking Dead, fino alla sesta stagione, era stata una ventata d’aria fresca nel panorama televisivo, per me quasi al livello di Lost per impatto culturale e capacità di creare attesa. Poi è subentrata la paura di chiudere. E quando una storia continua per inerzia, spesso finisce per svuotarsi.
Ah, quasi dimenticavo: sì, ci sarebbero anche gli zombie. Ma sembrano comparse nel loro stesso mondo.
Creatore: Danny e Michael Philippou
Interpreti: Sally Hawkins
Con Bring Her Back l’horror torna a fare quello che dovrebbe: disturbare, insinuarsi sotto pelle, lavorare più sul non detto che sul sangue versato. Non è un film che urla. È un film che sussurra. E proprio per questo fa più male.
Torna il duo registico che ci aveva già regalato il gioiellino Talk to Me, questa volta con una fiaba nera ambientata in un sobborgo australiano, in un non-luogo vicino ad Adelaide. Qui seguiamo Andy e Piper, due fratellastri che, dopo la tragica morte del padre, vengono mandati in affidamento per tre mesi da Laura, un’ex consulente sociale interpretata da una magnetica Sally Hawkins (già splendida in La forma dell'acqua e Blue Jasmine).
Lo spettatore viene subito rinchiuso in quella casa. E basta poco per capire che dietro il sorriso accogliente di Laura e il mutismo inquietante dell’altro bambino in affido — un disturbante Jonah Wren Phillips, qui all’esordio — si nasconde qualcosa di profondamente sbagliato.
Come se non bastasse, Piper è semicieca: distingue solo ombre. E in questo film le ombre sono ovunque.
Il quadro è già compromesso. E la pellicola non lascia scampo.
La regia è serrata, chirurgica. Alcune sequenze — soprattutto quelle che coinvolgono Oliver — sono tra le più disturbanti viste negli ultimi anni. Non per compiacimento, ma per crudeltà emotiva. Persino la videocassetta del rito originale che Laura guarda ossessivamente, per seguire alla lettera le istruzioni, è qualcosa di malsano, fastidioso, quasi insostenibile.
Come in Talk to Me, il cuore della storia è il lutto. Ma qui è ancora più feroce. Ogni personaggio lo affronta a modo suo. E non è detto che accettarlo sia un’opzione.
Insieme a Weapons, è già considerato da molti il miglior horror del 2025. E non è difficile capire perché.
Se siete suggestionabili e la notte volete dormire sereni, lasciate perdere.
Ma se cercate un horror cupo, freddo e cattivo — di quelli che restano addosso — difficilmente troverete di meglio.
Creatore: Stefano Sollima
Interpreti: Marco Bullitta, Valentino Mannias
La miniserie racconta le indagini sugli omicidi avvenuti tra il 1968 e il 1985 per mano del serial killer noto come Mostro di Firenze.
La narrazione si concentra in particolare su uno dei tre filoni investigativi che hanno caratterizzato il caso: la celebre pista sarda. Veniamo introdotti a una galleria di personaggi cupi, violenti, deviati, figure opache in cui l’umanità sembra spesso assente o soffocata.
Il Mostro è una miniserie che non concede tregua al sorriso. Le sue quattro ore sono attraversate da un’atmosfera malsana, claustrofobica, profondamente disturbante. Non tanto per ciò che mostra — il “mostro” non appare mai davvero — quanto per ciò che accade ai personaggi, per il senso costante di degrado morale e ambiguità che li avvolge.
La sensazione, durante la visione, è quella di sfogliare un fascicolo processuale: tutto è freddo, asciutto, quasi anaffettivo. Le emozioni restano in superficie, raramente esplodono, e questa scelta rende il racconto ancora più straniante.
Il finale rimanda alla seconda pista investigativa, lasciando chiaramente aperta la porta a una possibile prosecuzione.
A distanza di ore dalla visione faccio ancora fatica a capire se mi sia piaciuta davvero oppure no. Di certo è un’opera che impressiona. E proprio per questo sarà difficile dimenticarla.
Creatore: Geneva Robertson-Dworet
Interpreti: Ella Purnell, Walton Goggins
La serie Fallout è ambientata 200 anni dopo una devastante guerra nucleare che ha trasformato gli Stati Uniti in una landa radioattiva. Quando Lucy, giovane abitante del Vault 33 cresciuta in un mondo protetto e idealizzato, è costretta a uscire in superficie per salvare suo padre, si ritrova catapultata in un Wasteland brutale e dominato da fazioni in lotta. Nel suo viaggio incrocia un enigmatico Ghoul sopravvissuto all’apocalisse e un aspirante cavaliere della Confraternita d’Acciaio. Tra violenza, ironia nera e atmosfere rétro-futuristiche, la serie esplora il lato oscuro del sogno americano e i segreti dietro la nascita dei Vault.
Fallout è una serie che gioca costantemente a spiazzare lo spettatore, alternando intuizioni brillanti a scelte meno convincenti. Si muove sul filo dell’ironia, ma sotto la patina rétro e il sarcasmo affonda il colpo su temi pesanti: guerra, violenza, avidità, il lato più tossico del sogno americano. Il mondo post-apocalittico non è solo scenografia, è uno specchio deformante ma lucidissimo della nostra realtà.
La narrazione è ambiziosa e piena di diramazioni, forse anche troppe: alcune piste intrigano, altre sembrano aperte più per creare mistero che per reale necessità narrativa. Nonostante questo, la serie mantiene ritmo e personalità. Il cast funziona, gli effetti speciali sono solidi e l’estetica è curata nei minimi dettagli, ma ciò che colpisce davvero è l’atmosfera: sporca, crudele, cinica al punto giusto.
Non è perfetta, ma ha carattere. E in un panorama seriale sempre più standardizzato, non è poco.
In attesa della terza stagione, la visione è consigliata. Per chi ha amato il videogioco da cui nasce, invece, è quasi obbligatoria.
Creatore: Ryan Coogler
Interpreti: Michael B. Jordan,
È il film con più candidature di sempre al premio Oscar, ben 16, ed è considerato da molti uno dei migliori dell’anno. Mi sono avvicinato alla visione con aspettative altissime: un horror candidato agli Oscar? Davvero? Per me, appassionato del genere, era come trovarmi davanti al Sacro Graal.
Ambientato nel Sud degli Stati Uniti degli anni ’30, I Peccatori segue il ritorno di due fratelli gemelli nella loro città natale dopo un passato segnato da violenza e scelte sbagliate. Decisi a ricominciare, aprono un locale musicale per offrire alla comunità un luogo di riscatto e speranza.
Ma il tentativo di redenzione si scontra presto con vecchi rancori, tensioni razziali e un’oscura presenza che si annida tra le ombre della notte.
Ciò che emerge con forza dalla pellicola è l’amore per il cinema che trasuda da ogni inquadratura. Ryan Coogler costruisce una regia solida e appassionata, capace di cogliere ogni attimo nel modo più efficace, sostenuta da una fotografia a tratti sublime. I Peccatori è un film che si può leggere su più piani.
Il primo, e forse il più riuscito, è quello strettamente statunitense: il sottotesto sociale è evidente. I vampiri — bianchi — diventano metafora di un potere che infetta, assimila e tenta di rendere uniforme la comunità afroamericana, mantenendo intatta la gerarchia in cui a comandare è sempre l’uomo bianco.
C’è poi il piano tecnico: musiche potenti, regia sicura, attori magnetici che trasudano sensualità e carisma rendono il film vivo, pulsante.
Infine, il piano più dolente: la trama. Quando compare il primo vampiro, è facile intuire dove andrà a parare la storia. I binari ricordano quelli di Dal tramonto all'alba, ma se lì l’effetto sorpresa era determinante, qui quella componente manca. Il risultato è un horror che, pur affascinante sul piano estetico e simbolico, finisce per non spaventare davvero.
Rimane una buona pellicola, probabilmente più significativa per il pubblico statunitense e per il suo contesto storico-sociale. Forse è anche per questo che in patria ha raccolto un consenso così ampio.
11 dic 2025 09:13
È iniziata la post-produzione del mio prossimo libro (sì, la parte più pallosa 😅).Nel teaser qui sotto si svela il titolo… e presto arriverà anche il resto.
Creatore: Paul Thomas Anderson
Interpreti: Leonardo Di Caprio, Benicio Del Toro, Sean Penn
Il protagonista Bob Ferguson, ex rivoluzionario ormai ritiratosi in una vita isolata insieme alla figlia, è costretto a tornare in azione quando un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, riappare dopo sedici anni e la ragazza scompare. Per salvarla, Bob si riunisce ai suoi ex compagni e si ritrova a fare i conti con il proprio passato e con le conseguenze della sua lotta, in una corsa intensa tra conflitto, ideali e protezione familiare.
Leonardo DiCaprio è in stato di grazia: potrebbe interpretare persino Gargamella e riuscire comunque a dargli spessore. Al suo fianco, il sempre sornione Benicio Del Toro è perfetto per la parte che ricopre. La pellicola di Paul Thomas Anderson, pur non essendo tra le sue migliori, si configura come una satira convinta contro ogni forma di estremismo politico: da un lato i rivoluzionari, dipinti come ottusi e ciechi nella loro battaglia, dall’altro i militari, rappresentati come psicopatici privi di emozioni sane.
Nonostante questi elementi positivi, Una battaglia dopo l’altra non mi ha lasciato l’effetto “wow” e non mi ha fatto affezionare ai personaggi. Anzi, la maggior parte li ho detestati: una scelta voluta?
Sean Penn, in particolare, esagera nella sua interpretazione, portando il personaggio all’estremo con tic e movenze fin troppo marcati. Lo spettatore finisce per pensare: ok, si vede da un miglio che è pazzo… com’è possibile che gli venga affidata addirittura un’operazione militare che dovrebbe essere delicata?
Resta comunque un’ottima pellicola, sorretta da un super DiCaprio, ma Anderson ci ha abituati ad altro.
Creatore: Marco D'Amore
Interpreti: Luca Lubrano, Francesco Pellegrino
Gomorra – Le Origini si distacca dalla serie principale e ci riporta nel 1977, in una Napoli durissima, dove un bambino su sette muore e gli echi del colera sono ancora recenti.
In questo contesto quasi pasoliniano, fatto di miseria e sopravvivenza, il giovane Pietro si ingegna come può per inseguire un benessere che sembra irraggiungibile. Quando incontra Angelo ’a Sirena, il ragazzo entra nel mondo della criminalità, scoprendo a proprie spese il prezzo di quella scelta: violenza, alleanze fragili e inevitabili tradimenti.
Le atmosfere restano quelle tipiche di Gomorra, con personaggi potenti e ricchi di sfaccettature. Ma, complice l’epoca diversa, tutto appare più semplice, meno stratificato rispetto alla serie madre e forse persino più ingenuo, nonostante anche qui non manchino morti ammazzati e brutalità.
Il vero fiore all’occhiello della serie sono i dettagli e le location, curati in modo quasi maniacale: lo spettatore si sente davvero catapultato negli anni Settanta. Ottime anche le interpretazioni, con Luca Lubrano (Pietro) e Francesco Pellegrino (Angelo ’a Sirena) su tutti.
Una serie riuscitissima, che fa ben sperare in una seconda stagione – non ancora confermata – ma che potrebbe rivelarsi ancora più potente.
Creatrice: Megan Gallagher
Interpreti: Sarah Snook, Kake Lacy
All Her Fault è una miniserie televisiva disponibile su Sky e Now TV. La trama, almeno all’inizio, appare piuttosto semplice: Marissa e Peter Irvine vengono catapultati nel peggior incubo di ogni genitore quando il loro giovane figlio Milo scompare dopo un incontro di gioco con un compagno di classe della sua nuova scuola.
Da qui, però, come ogni buon thriller che si rispetti, la storia si apre e si ramifica, seguendo più personaggi e più punti di vista. Ne nasce un mosaico inquietante fatto di bugie, omissioni e segreti, immerso in un universo di famiglie benestanti e di persone che, per il lavoro e l’ambizione, finiscono per sacrificare tutto.
Il ritmo resta serrato per gran parte degli episodi, anche se in qualche momento tende a rallentare, soprattutto quando la narrazione si sposta sulle indagini della polizia. Il vero punto di forza della miniserie, infatti, non è tanto l’aspetto procedurale quanto il peso emotivo dei personaggi e le loro fragilità.
Una serie “seria”, permettetemi il gioco di parole, che non si concede ironia e che usa il cinismo del nostro tempo come autentica allegoria sociale.
Ottime le interpretazioni, in particolare quella di Sarah Snook, già vincitrice di due Golden Globe e di un Emmy Award per la sua prova in Succession.
Consigliata.
Creatore: Gerard Johnstone
Interpreti:Allison Williams, Violet McGrawI
Iniziamo con le cose positive: il regista ha avuto il coraggio di distaccarsi dal primo film. Megan 2.0 non è più una pellicola horror — in realtà nemmeno il capitolo originale lo era davvero — ma scivola apertamente verso la fantascienza, con l’intelligenza artificiale a fare da filo conduttore.
Funzionano anche i costumi di scena, e il robot umanoide protagonista resta affascinante nel suo essere allo stesso tempo bellissima e letale.
I problemi, però, sono due e pesano parecchio. Il primo è il ritmo, estremamente discontinuo: si passa da scene d’azione velocissime a dialoghi lentissimi, spesso anche noiosi, perché fin da subito è chiaro dove la storia vuole andare a parare.
Il secondo è la durata: davvero eccessiva. Le due ore di film risultano francamente insostenibili per un prodotto di questo tipo.
Stranger Things è la migliore serie TV degli ultimi venti anni?
Creatore: Clyde Phillips
Interpreti:Michael C. Hall, Uma Thurman, Peter Dinklage
È chiaro che siamo lontani dai fasti di un tempo — e dopo tutti questi anni sarebbe strano il contrario. Tuttavia, questa stagione di Dexter riesce comunque a funzionare, pur tra evidenti salti di sceneggiatura e continue richieste allo spettatore di sospendere l’incredulità. Del resto, arriviamo da una stagione in cui sembrava possibile di tutto: poliziotti che non si accorgono di nulla, corpi che spariscono in cinque minuti, sale operatorie aperte come supermercati e prive di qualsiasi traccia… e potrei continuare all’infinito.
Eppure, nonostante tutto, Dexter Morgan continua a essere un personaggio che regge. Michael C. Hall non lo interpreta più: lo incarna. Così, ogni volta ci ritroviamo a pensare: “Okay, cos’altro potranno inventarsi?”. E poi finiamo sempre col guardarla lo stesso, perché ritrovare Dexter è come rivedere un vecchio amico — certo, un amico serial killer, ma proprio questo è il paradosso affascinante della serie.
Un solo consiglio per il futuro: riportate l’ambientazione a Miami. È lì che Dexter appartiene davvero.
Per informazioni, collaborazioni o altre richieste, compila il modulo di contatto sottostante o invia un'e-mail a info@castaldofelice.it
Aggiungi commento
Commenti