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Obsession (2026)

Creatore: Curry Barker

Interpreti: Michael Johnston e Inde Navarrette 


Negli ultimi anni il cinema horror è probabilmente il genere che più di ogni altro sta riuscendo a portare una ventata d'aria fresca nelle sale. Una dopo l'altra arrivano pellicole che fanno dell'originalità il loro punto di forza, dimostrando come ci sia ancora molto da raccontare senza dover ricorrere ai soliti cliché.

Obsession, con una trama semplice e asciutta, ci trascina all'interno di una relazione tossica, una dinamica purtroppo fin troppo comune nel mondo reale. Solo che qui siamo in un horror e la storia d'amore tra i due protagonisti, nata sotto il più classico degli incantesimi, è destinata a prendere una piega decisamente più tragica.

Bravissimi gli attori. Johnston, storico collaboratore del regista fin dai tempi del loro canale YouTube, riesce a rendere il protagonista maschile profondamente odioso: egoista, meschino e incapace di assumersi le proprie responsabilità, almeno fino a un finale davvero ingegnoso. La sua controparte femminile, invece, è una vera furia psicopatica, capace di terrorizzare ogni volta che appare sullo schermo. Ha una presenza talmente inquietante da dare l'impressione che possa rompere la quarta parete da un momento all'altro e aggredire direttamente lo spettatore.

Una delle cose che ho apprezzato di più, e che cerco spesso di inserire anche nei miei racconti, è la totale normalizzazione dell'irreale.

Mi spiego meglio.

Il negozio in cui viene acquistato l'artefatto che darà il via agli eventi sembra un comunissimo negozio new age, uno di quelli che potresti trovare in qualsiasi città. Tra ciondoli legati ai cinque elementi, pietre portafortuna e oggetti spirituali, vengono venduti anche questi bastoncini dei desideri, corredati da istruzioni e persino da un'avvertenza: non sempre funzionano e, anzi, spesso i clienti tornano a lamentarsi. Questo modo di trattare il soprannaturale come qualcosa di ordinario e burocratico mi ha conquistato.

Obsession riesce in più di un'occasione a mettere sinceramente a disagio. Merito delle interpretazioni, delle situazioni sempre più disturbanti in cui si trovano i protagonisti, ma anche di una fotografia cupa, di una colonna sonora perfettamente calibrata e di una regia ispirata che non sbaglia praticamente nulla. Il risultato è un horror originale, inquietante e sorprendentemente maturo, uno di quei piccoli film che ricordano perché il genere stia vivendo un momento così felice.

Svegliati!

 

 

 

 

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The Housemaid - Una di famiglia (2025)

Creatore: Paul Feig

Interpreti: Sidney Sweeney, Amanda Seyfred 


Paul Feig, dopo una serie di commedie piuttosto dimenticabili, continua a ottenere nuove opportunità dietro la macchina da presa, e confesso che ogni volta mi chiedo come ci riesca. Stavolta, però, abbandona la commedia per cimentarsi con il thriller più classico: una famiglia apparentemente perfetta che nasconde oscuri segreti e un personaggio che, fin dalla prima scena, lascia intuire che porterà inevitabilmente scompiglio.

The Housemaid può contare su un ottimo cast e le due protagoniste, Amanda Seyfried e Sydney Sweeney, danno vita a una sorta di sfida interpretativa. Per quanto mi riguarda, la vittoria va di misura alla Seyfried, favorita anche da un personaggio più sfaccettato e interessante rispetto a quello affidato alla Sweeney.

La regia è pulita e, per circa tre quarti della durata, il film scorre piacevolmente come un thriller dalle venature erotiche. Senza fare spoiler, è abbastanza evidente già dopo pochi minuti quale direzione prenderà la storia, che procede in modo piuttosto lineare. Poi arriva finalmente il colpo di scena: una trovata ben costruita, sorprendente e capace di rivalutare quanto visto fino a quel momento. Insomma, sulla carta il soggetto funziona.

Peccato che tutto venga progressivamente vanificato dalla ricerca continua dell'azione a ogni costo. Il film finisce così per giustificare comportamenti e reazioni poco credibili, sacrificando la coerenza narrativa. Paradossalmente, proprio dopo il colpo di scena, che rappresenta il momento migliore dell'opera, The Housemaid perde mordente e si avvia lentamente verso una conclusione piuttosto mediocre.

 

 

 

 

Libri di Sangue- Un maestro dell'horror ai suoi albori

Prima di Cabal, prima di Hellraiser. Come molti autori horror — e come me del resto :) — Clive Barker iniziò scrivendo racconti. Tra il 1984 e il 1988 pubblicò infatti i sei volumi di Libri di sangue, una raccolta che sarebbe poi continuata con i volumi 4-6.

Qui troviamo una trentina di racconti che rappresentano Barker allo stato puro: personaggi tragici, malati, ossessionati dalla morte, immersi in un mondo nero, cupo e agghiacciante dove non esistono benevolenza o speranza. Ogni situazione trasuda disperazione, sia fisica — nella distruzione della carne, quasi come un Cronenberg soprannaturale — sia mentale, nella continua ricerca dell’estasi attraverso il dolore.

Barker ha una poetica tutta sua, immediatamente riconoscibile, ma nel suo modo distaccato di raccontare l’orrore ricorda a tratti Lovecraft.

Parlando dei racconti, ovviamente non sono tutti memorabili, ma ce ne sono almeno una decina capaci di destabilizzare davvero il lettore. E, come un adolescente cresciuto negli anni Ottanta, continuerete a girare pagina per scoprire in quale nuovo incubo la scrittura di Barker vi trascinerà.

Alcuni racconti però risultano troppo simili tra loro e, secondo me, sono anche invecchiati un po’ male. La cultura anni Ottanta, sia nei temi che nello stile di scrittura, è molto evidente e in certi momenti appesantisce la lettura.

Lo consiglio soprattutto agli amanti dell’horror più estremo e visionario. Se invece cercate una lettura più accessibile, con venature horror ma personaggi memorabili, vi consiglio un autore italiano che sta per pubblicare il suo terzo libro, Quattro note nere. Si chiama Castaldo Felice e, fidatevi, lo conosco molto bene.

Giugno 2026 - I dischi da ascoltare

Foo Fighters - Your Favorite toy

I Foo Fighters tornano alle origini con Your Favorite Toy, un disco essenziale, ruvido e volutamente lontano da qualsiasi ricerca della hit perfetta. Le canzoni rinunciano alla pulizia delle ultime produzioni per abbracciare chitarre sporche, distorsioni grezze e un suono che trasmette un’urgenza quasi adolescenziale.

Sotto questa energia però si nasconde anche molta stanchezza emotiva. I testi scritti da Dave Grohl raccontano infatti un uomo attraversato da alti e soprattutto da molti bassi, dando all’album un tono più vulnerabile e umano rispetto al passato.

Your Favorite Toy è probabilmente il disco che i Foo Fighters dovevano fare: meno calcolato, più istintivo, quasi catartico. Forse sarà anche uno dei loro lavori meno commerciali e meno venduti, ma proprio per questo appare sincero, necessario e profondamente vivo.


Yungblud - Essential

Yungblud arriva alla sua prova di maturità con Essential, un album totalizzante che attraversa praticamente ogni sfumatura del rock, forse anche troppe. Durante l’ascolto è impossibile non pensare continuamente ad altre band: dagli Oasis ai Placebo, passando per i Queen e i Muse.

Il disco sembra spesso inseguire quei riferimenti, quasi come se Yungblud avesse paura di allontanarsi troppo da ciò che ama. C’è la sensazione che, preso dall’ansia di realizzare “il disco della vita”, abbia preferito non osare davvero fino in fondo. Una scelta che probabilmente dividerà, ma che per molti funzionerà benissimo.

Perché alla fine Essential resta un ottimo album rock: suonato bene, pieno di energia e con una chiara voglia di lasciare il segno. Magari non è ancora il lavoro definitivo che Yungblud sogna di realizzare, ma è un disco che costruisce basi solidissime per il futuro.

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Nu Genea - People of the moon

 


I ragazzi italo-tedeschi tornano con un album che era stato anticipato ormai un anno fa dal singolo “Scialla”, comparso sicuramente almeno in una tua story su Instagram.
Il disco è solare, energico e pieno di vita. Le canzoni si aprono ancora di più a una dimensione internazionale, pur senza allontanarsi del tutto dalla matrice partenopea.

Si viaggia molto tra Sud America e Spagna, con sonorità che oscillano tra funk e flamenco, mescolando ritmi e atmosfere con grande naturalezza.

People of the Moon è il disco perfetto da ascoltare sotto l’ombrellone.

 

 

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Send Help (2026)

Creatore: Sam Raimi

Interpreti: Rachel McAdams


Sam Raimi torna all’horror con Send Help, un survival thriller venato di dark comedy che segue Linda Liddle, un’impiegata brillante ma costantemente sottovalutata dal suo arrogante capo Bradley Preston. Durante un viaggio di lavoro in Thailandia, l’aereo su cui viaggiano precipita nel mezzo dell’oceano e i due si ritrovano unici sopravvissuti su un’isola deserta.

Ma quanto sono belli i film di Sam Raimi? Anche le sue opere meno riuscite riescono sempre ad avere una personalità, una qualità e un’intensità superiori alla media. E Send Help non fa eccezione.

La pellicola sembra inizialmente impostarsi come una classica commedia romantica: due persone opposte costrette a convivere, i contrasti, il flirt inevitabile e magari la passione che nasce nel mezzo della sopravvivenza. Ma Raimi ribalta subito le aspettative, trasformando tutto in qualcosa di molto più cinico e disturbante.

Fin da subito il film non cerca mai di farci empatizzare davvero con i protagonisti. Lui è un bastardo fino al midollo, il classico uomo in carriera disposto a schiacciare chiunque pur di sopravvivere; lei invece appare inizialmente fragile e indifesa, salvo rivelare lentamente una personalità manipolatrice e ossessionata dal controllo.

Send Help viaggia costantemente in equilibrio tra thriller psicologico, horror e splatter, mantenendo alta la tensione scena dopo scena. Il rapporto tossico tra i due protagonisti diventa il vero cuore della pellicola, fino a un finale inaspettato e tesissimo che riesce davvero a tenere con il fiato sospeso.

Il tutto è impreziosito dalla classica ironia nera di Raimi, che alleggerisce i momenti più violenti senza mai spezzare il ritmo. Un piccolo gioiellino che forse non raggiunge i vertici assoluti della filmografia del regista, ma che si farà ricordare come una delle sue opere più riuscite degli ultimi anni.

 

 

 

 

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Cime Tempestose (2026)

Creatore: Emerald Fennell

Interpreti: Margot Robbie e Jacob Elordi


Avete presente quando guardate un film inutile? Di quelli che, appena finiti, sapete già che dimenticherete nel giro di pochi giorni? Ecco, Cime Tempestose di Emerald Fennell riassume perfettamente questa sensazione.

Il film reinterpreta in chiave moderna e sensuale uno dei racconti d’amore più tormentati della letteratura. Ambientato nelle cupe brughiere dello Yorkshire, segue il legame ossessivo e distruttivo tra Heathcliff e Catherine, due anime incapaci di vivere insieme ma anche di separarsi davvero. Tra passioni travolgenti, vendetta e autodistruzione, la pellicola punta tutto sull’intensità emotiva e fisica del rapporto tra i protagonisti.

Il problema, però, non è tanto l’aver preso soltanto una parte del romanzo — l’amore impossibile — ampliandola con elementi più espliciti come sessualità, gravidanza e dinamiche sentimentali moderne. Il vero problema è che tutto questo coinvolge solo fino a un certo punto. Dopo l’ennesima scena carica di tensione erotica, allo spettatore viene spontaneo chiedersi: “Va bene, ho capito la passione ossessiva e travolgente… ma poi?”

E la risposta, purtroppo, è: poco altro. Si resta per gran parte del film in attesa che succeda qualcosa di davvero significativo, oltre agli amplessi continui e a un romanticismo volutamente esasperato, ma la storia sembra girare sempre attorno agli stessi concetti senza mai evolversi davvero.

Anche la scelta del cast lascia qualche dubbio. Margot Robbie è intensa e credibile, ma la differenza d’età con Jacob Elordi risulta piuttosto evidente. Non perché lei appaia fuori parte, ma perché lui, in molte scene, sembra troppo giovane per incarnare la durezza e il carisma oscuro di Heathcliff. Più che un uomo tormentato e feroce, appare spesso come un ragazzo ferito e spaesato. Inoltre, la scelta di renderlo una sorta di “cattivo dal cuore buono” tradisce parte dell’essenza del personaggio originale, che nel romanzo era molto più crudele e spietato.

Quindi vale la pena vedere Cime Tempestose, anche considerando il clamore — forse più costruito che reale — che lo ha accompagnato all’uscita? Per quanto mi riguarda, no. Esistono film capaci di raccontare passione, sessualità e tragedia in maniera molto più intensa, profonda e memorabile.

 

 

 

 

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Silent Hill 2 - Remake (PS5 2024)

Sviluppatori: Bloober Team


Faccio una premessa: questa recensione non sarà molto oggettiva. Del resto nessuna recensione lo è davvero, ma questa forse un po’ meno delle altre, perché sono sempre stato un enorme fan della saga e continuo a considerare Silent Hill 2 uno dei videogiochi più importanti mai usciti.

Quando venne annunciato Silent Hill 2 Remake ero probabilmente tra quelli più spaventati. Rifare un’opera così importante era un rischio enorme: troppo iconico l’originale, troppo delicato il suo equilibrio tra horror psicologico, dolore e simbolismo. E invece, contro ogni aspettativa, il remake riesce nella cosa più difficile: modernizzare il classico senza tradirne l’anima.

Il gioco riprende il capolavoro uscito nel 2001 su PlayStation 2, ampliandolo praticamente sotto ogni aspetto. La trama aggiunge piccoli dettagli narrativi e approfondimenti ai personaggi, mentre le ambientazioni storiche della serie vengono espanse con nuove stanze, corridoi e aree esplorabili che aumentano ancora di più il senso di smarrimento.

La storia di James Sunderland rimane ancora oggi devastante nella sua semplicità: un uomo che torna a Silent Hill dopo aver ricevuto una lettera dalla moglie morta anni prima. E la cosa incredibile è che, pur senza ricorrere a continui colpi di scena o svolte forzate, il gioco riesce a trascinarti sempre più in basso, dentro una spirale di colpa, dolore e autodistruzione. Hai costantemente la sensazione di assistere alla tragica fine di una storia d’amore.

L’atmosfera angosciante c’è tutta e si respira ad ogni passo. La nebbia, i silenzi, i rumori metallici nei corridoi, le luci sporche: tutto contribuisce a creare quel senso costante di disagio che la saga ha sempre saputo trasmettere meglio di chiunque altro.

Tecnicamente il remake è molto solido, anche se forse non impressiona quanto altri titoli recenti. Guardando a Alan Wake 2, uscito più o meno nello stesso periodo, il confronto sul piano puramente grafico si sente. Ma la verità è che non giochi a Silent Hill per vedere il riflesso perfetto su una pozzanghera. Giochi Silent Hill per quello che ti fa provare.

E in questo senso il comparto audio è semplicemente incredibile. Scricchiolii, urla lontane, suoni disturbanti e le musiche di Akira Yamaoka creano un’esperienza opprimente e malsana. Giocato con le cuffie riesce davvero a metterti a disagio in più di un’occasione.

Anche i combattimenti, da sempre punto debole della serie, rimangono volutamente legnosi. Ma, paradossalmente, funzionano proprio perché coerenti con tutto il resto dell’esperienza. Spesso verrai preso dal panico, sbaglierai i colpi e ti sentirai vulnerabile. Non c’è mai quella sensazione da action game dove controlli completamente la situazione.

Anche i nemici, alla lunga, non sono particolarmente vari e i boss non rappresentano una vera sfida. Silent Hill 2 Remake non è un gioco difficile, anzi. E rileggendo tutto questo qualcuno potrebbe pensare: “Quindi non è questo grande capolavoro”.

Ed è qui che entra in gioco qualcosa di difficile da spiegare. Perché forse Silent Hill 2 Remake non è perfetto, e forse non raggiunge lo status intoccabile dell’originale. Alcune sezioni sono più dilatate del necessario e certi momenti perdono un po’ della sottile ambiguità del gioco del 2001. Però ha un’anima. Una di quelle rare, che ti si incollano addosso.

Una volta iniziato vorrai continuare a scendere sempre più a fondo, aprire un’altra porta, risolvere un nuovo enigma e vedere dove quella storia vuole portarti. Ed è probabilmente questo il più grande successo del remake: essere riuscito a riportare Silent Hill al centro del genere horror senza dimenticare cosa lo avesse reso così speciale oltre vent’anni fa.

 

 

 

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The Madison (2026)

Creatori: Taylor Sheridan


 

La serie racconta la storia della famiglia Clyburn, che si trasferisce da New York City alla valle del Madison River, nel Montana centrale, in cerca di serenità dopo una tragedia che ha stravolto le loro vite.

All’inizio doveva essere l’ennesimo spin-off di Yellowstone, poi per fortuna ha preso una strada tutta sua, diventando qualcosa di completamente diverso.

Iniziamo subito col dire che, insieme a From, The Madison è probabilmente la miglior produzione targata Paramount+ degli ultimi anni. È un flusso continuo di emozioni che ruotano attorno al lutto vissuto da una famiglia di ricchi newyorchesi che però, sotto la superficie, assomiglia a qualsiasi altra famiglia: pochi pregi, tanti difetti e ferite difficili da rimarginare.

Ma la vera forza della serie è un’altra: ti mette spalle al muro. Ti costringe, quasi controvoglia, a fare i conti con riflessioni personali che forse avevi smesso di affrontare, soprattutto davanti a una serie TV.

Tecnicamente è quasi impeccabile. La fotografia è meravigliosa e riesce a farti innamorare dei paesaggi e della natura del Montana al punto da ritrovarti a cercare un volo per gli Stati Uniti senza nemmeno accorgertene. Anche il montaggio, volutamente lento e contemplativo, funziona perfettamente: non corre mai, ma ti trascina dentro al racconto un passo alla volta.

Il cast è straordinario. Michelle Pfeiffer offre probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera recente, intensa e dolorosa senza mai risultare artificiale. E poi c’è Kurt Russell, che da solo riesce sempre ad aggiungere quel carisma ruvido e irresistibile a qualsiasi progetto.

Peccato soltanto per l’ultima puntata che, paradossalmente, è la peggiore delle sei. Per tutta la stagione viene costruita un’impalcatura fatta di urla, risentimenti, mancanze ed emozioni trattenute, salvo poi sciogliersi in un finale che perde forza proprio sul più bello, senza veri sussulti. Ed è un peccato, perché fino a quel momento la serie sfiora davvero l’eccellenza.

Nel frattempo, nonostante la storia funzioni anche come racconto autoconclusivo, la serie è stata rinnovata per una terza stagione.

Cercavate un motivo per abbonarvi a Paramount+? Eccolo trovato.

I dischi da ascoltare a Maggio 2026

Tornano i Subsonica con il loro undicesimo album, Terre Rare, un lavoro che riporta la band su sonorità più affini al proprio DNA e che farà felici i fan storici. Dopo le derive più pop del disco precedente e alcune scelte soliste di Samuel, questo nuovo capitolo segna un ritorno compatto alle origini, quasi a voler riaffermare l’identità del gruppo.

Anche sul piano dei testi si percepisce una maggiore maturità: i temi sociali tornano centrali, come dimostrano brani come “Straniero” e “Radio Mogadiscio”, che aggiungono profondità a un impianto sonoro già solido. Il risultato è un album più adulto, curato e tecnicamente quasi impeccabile. Rispetto agli esordi, però, si avverte la mancanza di veri inni generazionali: quei pezzi capaci di diventare immediatamente iconici e trascinare il pubblico.

Resta comunque la conferma di una band ancora in grande forma, capace di rimanere rilevante nel panorama italiano. E chissà che dal vivo — li aspettiamo a fine luglio — questi brani non riescano a sprigionare tutta la loro forza.


Olivia Dean – The Art of loving

C’è poco da dire: con The Art of Loving, Olivia Dean conferma tutto ciò che di buono si era intuito agli esordi. La cantautrice londinese, classe ’99, arriva al secondo album con una maturità sorprendente, costruendo un lavoro elegante e personale.

Il disco si muove con naturalezza tra soul, pop e sfumature jazz, senza mai perdere coerenza. È un album che scorre con fluidità, curato nei dettagli e capace di suonare sempre autentico, senza forzature.

Forse manca il singolo da classifica, quello immediatamente virale, ma paradossalmente è proprio questo uno dei suoi punti di forza: The Art of Loving non cerca scorciatoie, preferendo costruire un’identità solida e duratura.

Un lavoro raffinato, che conferma Olivia Dean come una delle voci più interessanti della nuova scena britannica.

 

 

Cosmo - La Fonte

Il cantautore torinese Cosmo torna dopo l’ottimo Sulle ali del cavallo bianco con La Fonte, un lavoro che segna fin da subito una netta distanza dalle sonorità più dance del precedente capitolo.

Qui Cosmo cambia pelle ancora una volta: le sue produzioni, come sempre ricercate, rallentano i ritmi per abbracciare uno stile più vicino all’urban pop, proiettato al futuro ma con un approccio diverso — più pacato, meno urgente. Una trasformazione che sembra riflettere anche un momento personale dell’artista, recentemente diventato padre.

Anche i testi seguono questa direzione, risultando più lineari e immediati rispetto al passato, senza però perdere del tutto la cifra autoriale che lo contraddistingue.

Resta il dubbio sull’impatto di un disco così: coerente con il percorso artistico di Cosmo, ma forse destinato a rimanere in una dimensione più raccolta. Come già accaduto ad altri nomi della scena torinese, il rischio è quello di non raggiungere mai un vero successo di massa — anche a fronte di una proposta solida e riconoscibile.

Un album che conferma la coerenza dell’artista, ma che lascia aperta una domanda: quanto spazio c’è oggi per un percorso così indipendente nel panorama italiano?

 

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Final Destination - Bloodlines (2025)

Creatori: Zach Lipovsky e Adam Stein


Un gruppo di giovani sopravvive miracolosamente a una tragedia apparentemente inevitabile grazie a una premonizione. Ma la Morte, come sempre, non accetta di essere ingannata: uno dopo l’altro, i sopravvissuti iniziano a morire in modi sempre più inquietanti e imprevedibili. Questa volta, però, il filo conduttore affonda le radici nel passato: una misteriosa connessione familiare lega le vittime a un evento accaduto anni prima, suggerendo che il destino non colpisce a caso… ma segue una linea di sangue precisa.

Con Final Destination: Bloodlines siamo ormai al sesto capitolo della saga, e la pellicola resta fedele ai binari classici della serie: lo spettatore sa già cosa aspettarsi e, in fondo, è proprio quello che vuole. L’attesa non è tanto per la storia quanto per il “come”: morti sempre più elaborate, fantasiose e costruite come piccoli meccanismi a orologeria pronti a scattare.

Se da un lato questa formula continua a funzionare grazie a un’inventiva visiva ancora efficace, dall’altro è inevitabile avvertire una certa ripetitività di fondo. Il tentativo di inserire un legame con il passato e con una linea familiare aggiunge un minimo di variazione, ma non basta a rivoluzionare davvero la struttura narrativa.

Se vi sono piaciuti gli altri capitoli, questo è senza dubbio uno dei più riusciti degli ultimi anni; se invece avete già intuito il gioco e vi ha stancato, difficilmente cambierete idea: la Morte, anche stavolta, segue lo stesso copione.

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Super Mario Galaxy (2026)

Creatori: Aaron Horvath e Michael Jelenic


La storia riprende circa venticinque minuti dopo la fine del primo capitolo. Mario e Luigi si trovano ad affrontare una nuova e pericolosa minaccia: Bowser Jr., il figlio dell’ormai miniaturizzato Bowser, si allea con Wario per liberare il padre e vendicarsi degli idraulici.

Super Mario Galaxy riprende tutto ciò che aveva fatto di buono nel primo capitolo e lo espande, portandoci in una galassia piena di pianeti diversi e facendoci conoscere altri personaggi amati della serie videoludica, come Yoshi. La pellicola è un vero paradiso di colori e alcune scene, soprattutto nel finale, riescono a trasmettere bene il senso dell’azione, facendo divertire spettatori piccoli e grandi.

Purtroppo, però, la trama non va di pari passo. Anzi, si può dire che quasi non esista: il film è soprattutto una successione di rocambolesche scene d’azione, citazioni ai giochi della saga e richiami al cinema degli anni Novanta. E rispetto al primo film viene inevitabilmente meno anche l’effetto sorpresa.

Super Mario Galaxy è un film che va visto nel suo splendore visivo, possibilmente in una sala IMAX o, in alternativa, quando arriverà sulle piattaforme in 4K. Ma resta, usando una terminologia videoludica, una pellicola con una grafica pazzesca… ma con poca giocabilità.

 

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La mummia di Lee Cronin

Creatore: Lee Cronin


La giovane figlia di un giornalista scompare misteriosamente nel deserto egiziano. La famiglia, distrutta dal dolore, prova a ricostruire la propria vita, ma otto anni dopo la ragazza riappare improvvisamente. Quello che dovrebbe essere un ricongiungimento felice si trasforma presto in un incubo: la bambina non è più la stessa e sembra portare con sé un’antica e oscura maledizione legata a una mummia e a forze sovrannaturali.

Dimenticatevi i film avventurosi di qualche anno fa: La Mummia di Lee Cronin è un horror a tutti gli effetti.

Il regista firma una pellicola fortemente autoriale che segue il filo rosso già intrapreso con La Casa - Il Risveglio, e nel finale, a tratti, sembra davvero di essere tornati dentro una pellicola della saga di La Casa, pescando a piene mani dall’immaginario folle e dissacrante di Sam Raimi.

La Mummia, per un genitore, è un vero colpo allo stomaco: una figlia scomparsa che riappare in quelle condizioni otto anni dopo è un’immagine difficile da sostenere emotivamente. Spesso è più l’angoscia della paura a dominare la scena, una sensazione che probabilmente colpirà in modo particolare chi si accinge alla visione con una sensibilità genitoriale.

La pellicola, pur seguendo una struttura piuttosto classica — con tanto di inevitabile spiegone del professore universitario che traduce in pochi secondi una misteriosa pergamena in pelle umana — trova nella regia e nel comparto sonoro i suoi veri punti di forza. La telecamera non rimane mai ferma ed entra ed esce continuamente dalle stanze della casa, ricordando soluzioni già viste in Presence. Le inquadrature sono studiate nei minimi dettagli per trasmettere allo spettatore un costante senso di disagio, amplificato da un sonoro fatto di scricchiolii e sospiri raggelanti.

La Mummia è anche un film dichiaratamente splatter: erano anni che l’horror non affrontava questo registro con una tale intensità, e in alcune sequenze lo spettatore potrebbe trovarsi davvero disgustato da ciò che vede sullo schermo.

Insomma, è un film perfetto? No, non lo è. Gli attori, per buona parte della durata, si limitano a sfoggiare espressioni incredule e terrorizzate senza mai prendere decisioni davvero sensate. Va bene la sospensione dell’incredulità — elemento fondamentale nel genere horror — ma qui si raggiungono livelli piuttosto estremi: la polizia sembra non esistere, il sistema sanitario sparisce e accadono eventi terribili che, dopo pochi minuti, vengono archiviati con troppa facilità.

La Mummia resta comunque un buon film horror, capace di regalare emozioni forti e momenti di autentica tensione. Non sarà un capolavoro, ma in un panorama spesso povero di idee, ben vengano film così.

 

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One Piece - Serie Tv

Creatore: Eiichirō Oda


One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda. Distribuita da Netflix, rappresenta l’adattamento live action dell’omonimo manga di Eiichirō Oda, che ha partecipato attivamente al progetto come consulente creativo.

La prima stagione è stata la serie  più vista su Netflix nella seconda metà del 2023. Due settimane dopo l’uscita è arrivato il rinnovo per una seconda stagione e, nell’agosto 2025, la serie è stata addirittura rinnovata per una terza stagione prima ancora della distribuzione della seconda: un segnale evidente della fiducia riposta nel progetto.

Riassumere la trama di One Piece in poche parole è pressoché impossibile, vista la mole sterminata di capitoli del manga e di episodi dell’anime, ancora oggi in corso. La serie live action ripercorre principalmente i primi archi narrativi, raccontando la formazione della ciurma guidata da Monkey D. Rufy, giovane pirata il cui corpo ha acquisito le proprietà della gomma dopo aver ingerito un Frutto del Diavolo. Il suo sogno è diventare il Re dei Pirati e trovare il leggendario tesoro noto come One Piece.

La serie riesce in qualcosa che molti fan ritenevano impensabile: trasportare sullo schermo la carica visiva e narrativa del manga, mantenendo intatta la follia creativa dell’opera originale. I personaggi, pur provenendo da un immaginario fortemente stilizzato, riescono a creare empatia fin da subito. Ciò che emerge con forza è l’affiatamento del cast: lo spettatore percepisce chiaramente che gli attori si stanno divertendo a interpretare quei ruoli, e questo entusiasmo diventa contagioso.

La regia propone soluzioni visive sorprendenti, soprattutto nella prima stagione, con grandangolari molto spinti e movimenti di macchina dinamici che ricordano vere e proprie montagne russe. I combattimenti, pur non essendo numerosissimi, risultano efficaci proprio grazie all’uso di campi larghi e alla scelta di evitare un eccessivo ricorso ai primi piani, valorizzando così la coralità dell’azione.

Anche gli effetti speciali meritano una menzione: il mix tra CGI e scenografie reali è convincente e contribuisce a rendere credibile un universo che, sulla carta, poteva risultare difficile da adattare. Particolarmente riuscita è la scelta di realizzare molti villain attraverso trucco prostetico e interpretazioni fisiche, evitando un abuso di personaggi interamente digitali.

La seconda stagione segue il solco tracciato dalla prima, pur adottando una regia leggermente più tradizionale e meno sperimentale.

One Piece può essere definita una sorta di road movie marittimo: una grande avventura piratesca che attraversa isole sempre diverse tra loro, ognuna con una propria identità narrativa. Le storie oscillano tra momenti buffi e passaggi più drammatici, ma conservano sempre quella follia creativa e quella genialità che hanno reso celebre il manga.

In definitiva, One Piece è una trasposizione sorprendentemente fedele allo spirito dell’opera originale. Una delle migliori produzioni Netflix degli ultimi anni e, senza dubbio, uno degli adattamenti live action più riusciti mai realizzati.

 

 

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