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Masters of the Universe (2026)

Creatore: Travis Knight

Interpreti: Nicholas Galitzine e Idris Elba

Il principe Adam viene separato da Eternia quando è ancora bambino e finisce sulla Terra, perdendo anche la leggendaria Spada del Potere. Quindici anni dopo, la spada lo richiama sul suo pianeta natale, ormai devastato e sotto il controllo del malvagio Skeletor. Tornato a casa e riunito con la sua vecchia amica Teela e con Duncan, Adam dovrà affrontare il proprio passato e scoprire il vero potere che porta dentro di sé. Per salvare la sua famiglia e liberare Eternia, dovrà finalmente accettare il proprio destino e trasformarsi in He-Man, l'uomo più potente dell'universo.

Diciamoci la verità... non gli avremmo dato una lira (come dicono quelli pre-euro) e infatti al cinema questo film non l'ha visto praticamente nessuno. Flop assoluto.

E, come insegna la storia di ogni flop, quando sono stati spesi milioni di dollari per produrlo, eccolo arrivare subito in streaming, nella speranza di recuperare almeno qualche spicciolo. E così Masters of the Universe ha avuto una seconda vita perché, complice il periodo estivo, la poca scelta sulle piattaforme e soprattutto il passaparola, è diventato in breve tempo uno dei film più visti su Prime Video.

Partiamo subito col dire che Masters of the Universe non è un capolavoro, ma è un film con un'anima e una sua precisa identità: momenti comici, un protagonista imbranato e caciarone, figlio di questa epoca e, a dirla tutta, ben diverso dall'He-Man degli anni Ottanta, macho e senza paura, e spettacolari scene d'azione che, nonostante gli inevitabili sfondi in CGI, riescono a divertire. Merito anche dei campi larghi che danno respiro ai combattimenti e delle musiche metal che accompagnano le scene più concitate. E soprattutto le sequenze d'azione non durano eoni... chi ha detto John Wick?

Ma la cosa che più diverte — lo so, sto abusando di questo aggettivo qualificativo, ma Masters questo fa — è la continua e finissima parodia rivolta proprio al mondo originale, con le sue spacconate e con quell'orribile cartone animato (alzi la mano chi si ricorda almeno una puntata) che all'epoca sembrava uscito più per giustificare i giocattoli che per raccontare una vera storia.

La frase da ricordare, semplice e allo stesso tempo significativa, arriva quando He-Man chiede a Skeletor: «Perché tutto questo odio?» E lui risponde: «È perché sono il cattivo.» Senza sbattimenti sul passato, sui traumi e compagnia bella. È un film su un uomo con una spada e uno scheletro: non ha bisogno di altro.

Insomma, operazione riuscita. Leggo che forse ci sarà un seguito e, al momento, lo ritengo superfluo, ma se dovesse uscire questa volta lo andrei a vedere al cinema. Perché ce ne fossero di film così. Giusto, Marvel?

 

 

 

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Toy Story 5 (2026)

Creatore: Andrew Stanton

Bonnie è ormai cresciuta e i suoi giocattoli devono affrontare un nuovo nemico: la tecnologia. L'arrivo di Lilypad, un tablet interattivo a forma di rana, cattura infatti l'attenzione della bambina, mettendo in crisi Jessie, Buzz e gli altri. Per i giocattoli inizia così una nuova avventura per riconquistare Bonnie e riportarla al mondo della fantasia e del gioco.

Visto qualche mese fa al cinema, se non avessi riletto la trama non me lo sarei ricordato e questo, almeno per me, dice già molto sull'impatto che ha avuto il film Pixar. Eppure sulla carta gli spunti non mancano: la tecnologia che prende il posto dei giocattoli, l'isolamento dei bambini, la difficoltà di fare amicizia e il rapporto sempre più complicato tra fantasia e schermi. Temi attuali, che il film affronta senza demonizzare del tutto la tecnologia e cercando una sorta di equilibrio tra vecchio e nuovo.

Il problema è che, ancora una volta, Pixar sembra arrivare fuori tempo massimo. Ormai anche lei pare aver perso un po' di colpi, proprio come Disney: dopo l'acquisizione, del resto, è diventato difficile non vedere le due realtà come un'unica grande macchina. Si continua a ripescare, cambiando soltanto la confezione, e anche qui ritroviamo l'on the road, il nuovo personaggio che sembra cattivo ma non lo è e il solito percorso verso una convivenza pacifica tra due mondi apparentemente opposti. Due parole: che palle!

La cosa più curiosa è che il film sembra quasi parlare anche di se stesso: i giocattoli rischiano di diventare obsoleti, proprio come la saga che li ospita. Un'idea non affatto stupida, anzi probabilmente la più interessante di tutto il film, ma che secondo me non viene sfruttata fino in fondo.

Arrivato fuori tempo massimo, quindi, con una (finta) critica agli smartphone, ai tablet e ai social dati in pasto ai bambini, con relativa tristezza e depressione per un commento sbagliato o per la paura di essere esclusi. Tutto perfetto, tutto giusto, ma la morale diventa soprattutto un pretesto per far uscire l'ennesimo Toy Story. La critica non graffia, al massimo ti fa una carezza e ti porta con il pilota automatico fino al finale. Anche altre recensioni hanno sottolineato proprio questo limite: il film imposta un discorso piuttosto duro sulla tecnologia, salvo poi smussarlo fino a renderlo un monito molto più blando.

E il risultato, almeno nel mio caso, è quello che temevo: qualche risata, qualche momento tenero, la solita ottima confezione Pixar, ma pochissimo che resti davvero. E tu, dopo un mese, già non te lo ricordi più.

 

 

 

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Mystic River (2003)

Creatore: Clint Eastwood

Interpreti: Kevin Bacon, Sean Penn e Tim Robbins

Da bambini, Jimmy, Sean e Dave sono inseparabili, fino a quando un terribile episodio sconvolge per sempre le loro vite. Venticinque anni dopo, i tre si ritrovano a fare i conti con quel passato quando Katie, la figlia diciannovenne di Jimmy, viene brutalmente assassinata. Sean, diventato detective, si occupa delle indagini, mentre Jimmy, accecato dal dolore, decide di cercare personalmente il responsabile. I sospetti finiscono presto su Dave, un uomo ancora profondamente segnato dal trauma vissuto da bambino. 

Da molti, insieme a Gran Torino, è considerato il miglior Eastwood alla regia e sono dello stesso parere. Mystic River è un film duro, senza sbavature, sostenuto da un trio di attori formidabile, tutti al massimo della loro forma.

Sean Penn interpreta alla perfezione un personaggio disilluso e straziato dalla morte della figlia, riuscendo a trasmettere tutta la rabbia e il dolore che lo divorano. Tim Robbins è altrettanto straordinario nei panni di un uomo con un'ombra dentro che lo attanaglia da anni. La sua interpretazione diventa ancora più credibile grazie alle movenze lente, ai passi pesanti, come se il trauma vissuto fosse diventato un peso non soltanto emotivo, ma anche fisico. Infine Kevin Bacon, che si cala perfettamente nei panni di un detective credibile, tormentato dai sensi di colpa e, forse, il più umano dei tre.

La trama è semplice, ma l'intreccio del classico "trova l'assassino" è costruito alla perfezione. Eastwood costruisce lentamente la tensione fino ad arrivare a un finale in cui la storia prende una direzione diversa, muovendosi su un doppio binario e trasformando progressivamente il film da dramma a thriller a tutti gli effetti.

Ma Mystic River è soprattutto un film carico di nostalgia, che parla della perdita dell'innocenza e della durezza della vita adulta. Un film in cui le ferite del passato non smettono mai davvero di fare male e finiscono per condizionare irrimediabilmente il presente.

Ami il cinema? Questa è una pellicola che non puoi assolutamente perderti.

 

 

 

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Spider Man - Brand new day (2026)

Creatore: Destin Daniel Cretton

Interpreti: Tom Holland, Zendaya

Quattro anni dopo gli eventi di Spider-Man: No Way Home, Peter Parker vive ormai completamente solo: il mondo ha dimenticato la sua esistenza e lui ha scelto di dedicarsi anima e corpo alla sua attività di Spider-Man. Mentre New York deve fare i conti con una misteriosa serie di crimini, Peter si ritrova coinvolto in una minaccia mai affrontata prima. A complicare ulteriormente le cose arriva una sorprendente trasformazione fisica dei suoi poteri, che potrebbe mettere in pericolo la sua stessa vita. Per affrontare il nuovo nemico, Spider-Man dovrà fare i conti anche con le conseguenze delle scelte del suo passato

Ogni volta che arriva un nuovo Spider-Man al cinema, la mia prima reazione è: «N'altro? Ma che si possono inventare più?». Tra film, videogame e cartoni animati dello Spider-Verse, ormai anche gli sceneggiatori non sapranno più cosa inventarsi.

E invece, ancora una volta, sono riusciti a tirar fuori un bel film su Spider-Man, asciugando anche la trama da tutte quelle complicazioni introdotte dalla pellicola precedente, tra Doctor Strange, piani temporali e multiversi vari.

Brand New Day torna al classico film di Spider-Man. Certo, la prerogativa principale, ovvero il fatto che tutti si siano dimenticati di Peter Parker, è la base di tutta la storia, ma nonostante questo e i vari richiami ad altre serie TV come Daredevil, The Punisher e She-Hulk, il film riesce a non trasformare questi collegamenti in un ostacolo determinante per la trama.

Il film è divertente e scivola via piacevolmente tra scene d'azione ben orchestrate e dialoghi simpatici. Un buon film da vedere al cinema in questa torrida estate, che però non sarà ricordato come il miglior Spider-Man, non diventerà iconico e soprattutto non sposta la lancetta verso un ritorno in grande stile ai fasti della Marvel che furono.

Il difetto più grande, però, a mio parere, restano proprio questi continui collegamenti ad altri film e ad altre serie TV, come se lo spettatore dovesse andare al cinema con un'enciclopedia sui supereroi sotto braccio.

Pensate a un ragazzo che va a vedere Brand New Day senza aver visto gli altri film di Spider-Man: starà lì con la faccia appesa a chiedersi: «Ma che ca... sta succedendo?».

È un difetto deleterio che ormai ritroviamo in quasi ogni produzione Marvel e che, alla lunga, rischia di stancare gli spettatori. Ma, visto l'incasso di questo film, evidentemente non sarà questo il momento in cui la Marvel deciderà di cambiare strada.

 

 

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The Rip - Soldi Sporchi (2026)

Creatore: Joe Carnahan

Interpreti: Ben Affleck e Matt Damon

Tornano a recitare insieme il duo Affleck e Damon, dopo il soporifero Air e quel capolavoro che ha lanciato la loro carriera e che, se non sai di che film sto parlando, vai a farti una googlata e poi torna qui.

Sì, va beh… ti starai chiedendo: ma di che parla 'sto Rip - Soldi sporchi su Netflix?

Prima cosa: stai calmo.

La trama è semplicissima: durante un'operazione antidroga, una squadra della narcotici trova una casa piena di soldi appartenenti al cartello. E, ovviamente, tutti quei soldi fanno gola a parecchia gente, poliziotti corrotti inclusi.

Ed è proprio qui che il film trova il suo punto di forza. Rip - Soldi sporchi gioca continuamente con il dubbio dello spettatore: chi è il poliziotto corrotto? Di chi possiamo fidarci? E soprattutto, quanto può resistere una squadra quando davanti si ritrova milioni di dollari in contanti?

Non è certo una storia originale, ma Joe Carnahan la racconta con il giusto ritmo, costruendo una tensione che funziona soprattutto quando il film rallenta e lascia spazio a sguardi, sospetti e piccoli dettagli.

Anche il cast fa il suo: Damon e Affleck hanno una buona chimica e gli altri interpreti sono tutti in parte. La regia mantiene un'atmosfera sporca e cupa, quasi da vecchio poliziesco, con una fotografia dove sembra che la luce naturale sia stata bandita e siano rimasti soltanto lampioni, neon e luci artificiali.

Peccato che verso il finale il film perda un po' di quella tensione che aveva costruito così bene. Il dubbio lascia spazio all'azione e la storia diventa progressivamente più prevedibile, arrivando a un epilogo che, personalmente, ho trovato meno convincente rispetto a tutto quello che era venuto prima.

E forse è proprio questo il difetto più grande di Rip - Soldi sporchi: quando aveva trovato la sua dimensione migliore, quella del thriller paranoico e pieno di sospetti, decide di diventare un film d'azione più convenzionale.

Resta comunque una delle produzioni Netflix più interessanti che mi sia capitato di vedere ultimamente. Non sarà The Departed e probabilmente non diventerà un classico, ma per una serata davanti alla TV funziona eccome.

E poi diciamolo: con Affleck e Damon insieme, almeno una possibilità gliela dobbiamo concedere.

 

 

 

 

Elvis è vivo (2006) - Audiolibro

Creatore: Massimo Polidoro

La sinossi del libro è piuttosto chiara: personaggi che hanno influenzato il costume, rivoluzionato le arti, la musica e il cinema, fatto sognare e divertire milioni di persone, ma che hanno anche suscitato odio e controversie. Divi la cui fama è sopravvissuta alla loro morte, alimentando dubbi, indiscrezioni, rivelazioni e interrogativi spesso inquietanti. Da Jim Morrison a Bruce Lee, da Luigi Tenco a Elvis Presley, da Marilyn Monroe a John Lennon, fino a Pier Paolo Pasolini e Kurt Cobain, Massimo Polidoro ricostruisce le loro "strane morti", cercando di separare i fatti dalle tante teorie che negli anni si sono costruite intorno a queste vicende.

Ho ascoltato l'audiolibro letto dallo stesso autore e ho apprezzato una lettura asciutta, ma allo stesso tempo capace di dare la giusta enfasi ai momenti più importanti. Conoscevo già gran parte delle storie raccontate, soprattutto quelle legate ai musicisti, eppure l'ascolto non mi ha mai annoiato. Anzi, sono rimasto piacevolmente sorpreso da alcune vicende che conoscevo molto meno, come quelle di Luigi Tenco e Marilyn Monroe.

Ed è proprio la curiosità di conoscere le ultime ore di vita di questi personaggi a rendere il libro particolarmente coinvolgente. Non tanto per il gusto morboso della tragedia, quanto per la possibilità di osservare, attraverso circostanze spesso poco chiare o controverse, personaggi che pensavamo di conoscere già sotto una prospettiva diversa.

È un audiolibro che consiglierei soprattutto a chi è curioso e ama le storie vere, in particolare quelle che, dietro una versione ormai conosciuta, nascondono dettagli, coincidenze e risvolti capaci di mettere in discussione ciò che davamo per scontato. Per il periodo estivo, poi, trovo che sia un ascolto ideale: oltre dieci ore di contenuti che permettono di immergersi, una storia dopo l'altra, nelle vicende di alcune delle figure più celebri e controverse del nostro tempo.

Una piccola nota negativa riguarda però la produzione dell'audiolibro: nella parte dedicata a John Lennon la storia risulta inspiegabilmente tagliata a metà. Sembra quasi un errore di post-produzione, perché l'interruzione è piuttosto evidente e spezza bruscamente l'ascolto.

Nel complesso, però, è stato un ascolto piacevole e interessante, capace di tenere viva quella curiosità che ti porta a voler sapere cosa sia realmente accaduto dietro alcune delle morti più celebri e misteriose della storia contemporanea.

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Obsession (2026)

Creatore: Curry Barker

Interpreti: Michael Johnston e Inde Navarrette 


Negli ultimi anni il cinema horror è probabilmente il genere che più di ogni altro sta riuscendo a portare una ventata d'aria fresca nelle sale. Una dopo l'altra arrivano pellicole che fanno dell'originalità il loro punto di forza, dimostrando come ci sia ancora molto da raccontare senza dover ricorrere ai soliti cliché.

Obsession, con una trama semplice e asciutta, ci trascina all'interno di una relazione tossica, una dinamica purtroppo fin troppo comune nel mondo reale. Solo che qui siamo in un horror e la storia d'amore tra i due protagonisti, nata sotto il più classico degli incantesimi, è destinata a prendere una piega decisamente più tragica.

Bravissimi gli attori. Johnston, storico collaboratore del regista fin dai tempi del loro canale YouTube, riesce a rendere il protagonista maschile profondamente odioso: egoista, meschino e incapace di assumersi le proprie responsabilità, almeno fino a un finale davvero ingegnoso. La sua controparte femminile, invece, è una vera furia psicopatica, capace di terrorizzare ogni volta che appare sullo schermo. Ha una presenza talmente inquietante da dare l'impressione che possa rompere la quarta parete da un momento all'altro e aggredire direttamente lo spettatore.

Una delle cose che ho apprezzato di più, e che cerco spesso di inserire anche nei miei racconti, è la totale normalizzazione dell'irreale.

Mi spiego meglio.

Il negozio in cui viene acquistato l'artefatto che darà il via agli eventi sembra un comunissimo negozio new age, uno di quelli che potresti trovare in qualsiasi città. Tra ciondoli legati ai cinque elementi, pietre portafortuna e oggetti spirituali, vengono venduti anche questi bastoncini dei desideri, corredati da istruzioni e persino da un'avvertenza: non sempre funzionano e, anzi, spesso i clienti tornano a lamentarsi. Questo modo di trattare il soprannaturale come qualcosa di ordinario e burocratico mi ha conquistato.

Obsession riesce in più di un'occasione a mettere sinceramente a disagio. Merito delle interpretazioni, delle situazioni sempre più disturbanti in cui si trovano i protagonisti, ma anche di una fotografia cupa, di una colonna sonora perfettamente calibrata e di una regia ispirata che non sbaglia praticamente nulla. Il risultato è un horror originale, inquietante e sorprendentemente maturo, uno di quei piccoli film che ricordano perché il genere stia vivendo un momento così felice.

Svegliati!

 

 

 

 

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The Housemaid - Una di famiglia (2025)

Creatore: Paul Feig

Interpreti: Sidney Sweeney, Amanda Seyfred 


Paul Feig, dopo una serie di commedie piuttosto dimenticabili, continua a ottenere nuove opportunità dietro la macchina da presa, e confesso che ogni volta mi chiedo come ci riesca. Stavolta, però, abbandona la commedia per cimentarsi con il thriller più classico: una famiglia apparentemente perfetta che nasconde oscuri segreti e un personaggio che, fin dalla prima scena, lascia intuire che porterà inevitabilmente scompiglio.

The Housemaid può contare su un ottimo cast e le due protagoniste, Amanda Seyfried e Sydney Sweeney, danno vita a una sorta di sfida interpretativa. Per quanto mi riguarda, la vittoria va di misura alla Seyfried, favorita anche da un personaggio più sfaccettato e interessante rispetto a quello affidato alla Sweeney.

La regia è pulita e, per circa tre quarti della durata, il film scorre piacevolmente come un thriller dalle venature erotiche. Senza fare spoiler, è abbastanza evidente già dopo pochi minuti quale direzione prenderà la storia, che procede in modo piuttosto lineare. Poi arriva finalmente il colpo di scena: una trovata ben costruita, sorprendente e capace di rivalutare quanto visto fino a quel momento. Insomma, sulla carta il soggetto funziona.

Peccato che tutto venga progressivamente vanificato dalla ricerca continua dell'azione a ogni costo. Il film finisce così per giustificare comportamenti e reazioni poco credibili, sacrificando la coerenza narrativa. Paradossalmente, proprio dopo il colpo di scena, che rappresenta il momento migliore dell'opera, The Housemaid perde mordente e si avvia lentamente verso una conclusione piuttosto mediocre.

 

 

 

 

Libri di Sangue- Un maestro dell'horror ai suoi albori

Prima di Cabal, prima di Hellraiser. Come molti autori horror — e come me del resto :) — Clive Barker iniziò scrivendo racconti. Tra il 1984 e il 1988 pubblicò infatti i sei volumi di Libri di sangue, una raccolta che sarebbe poi continuata con i volumi 4-6.

Qui troviamo una trentina di racconti che rappresentano Barker allo stato puro: personaggi tragici, malati, ossessionati dalla morte, immersi in un mondo nero, cupo e agghiacciante dove non esistono benevolenza o speranza. Ogni situazione trasuda disperazione, sia fisica — nella distruzione della carne, quasi come un Cronenberg soprannaturale — sia mentale, nella continua ricerca dell’estasi attraverso il dolore.

Barker ha una poetica tutta sua, immediatamente riconoscibile, ma nel suo modo distaccato di raccontare l’orrore ricorda a tratti Lovecraft.

Parlando dei racconti, ovviamente non sono tutti memorabili, ma ce ne sono almeno una decina capaci di destabilizzare davvero il lettore. E, come un adolescente cresciuto negli anni Ottanta, continuerete a girare pagina per scoprire in quale nuovo incubo la scrittura di Barker vi trascinerà.

Alcuni racconti però risultano troppo simili tra loro e, secondo me, sono anche invecchiati un po’ male. La cultura anni Ottanta, sia nei temi che nello stile di scrittura, è molto evidente e in certi momenti appesantisce la lettura.

Lo consiglio soprattutto agli amanti dell’horror più estremo e visionario. Se invece cercate una lettura più accessibile, con venature horror ma personaggi memorabili, vi consiglio un autore italiano che sta per pubblicare il suo terzo libro, Quattro note nere. Si chiama Castaldo Felice e, fidatevi, lo conosco molto bene.

Giugno 2026 - I dischi da ascoltare

Foo Fighters - Your Favorite toy

I Foo Fighters tornano alle origini con Your Favorite Toy, un disco essenziale, ruvido e volutamente lontano da qualsiasi ricerca della hit perfetta. Le canzoni rinunciano alla pulizia delle ultime produzioni per abbracciare chitarre sporche, distorsioni grezze e un suono che trasmette un’urgenza quasi adolescenziale.

Sotto questa energia però si nasconde anche molta stanchezza emotiva. I testi scritti da Dave Grohl raccontano infatti un uomo attraversato da alti e soprattutto da molti bassi, dando all’album un tono più vulnerabile e umano rispetto al passato.

Your Favorite Toy è probabilmente il disco che i Foo Fighters dovevano fare: meno calcolato, più istintivo, quasi catartico. Forse sarà anche uno dei loro lavori meno commerciali e meno venduti, ma proprio per questo appare sincero, necessario e profondamente vivo.


Yungblud - Essential

Yungblud arriva alla sua prova di maturità con Essential, un album totalizzante che attraversa praticamente ogni sfumatura del rock, forse anche troppe. Durante l’ascolto è impossibile non pensare continuamente ad altre band: dagli Oasis ai Placebo, passando per i Queen e i Muse.

Il disco sembra spesso inseguire quei riferimenti, quasi come se Yungblud avesse paura di allontanarsi troppo da ciò che ama. C’è la sensazione che, preso dall’ansia di realizzare “il disco della vita”, abbia preferito non osare davvero fino in fondo. Una scelta che probabilmente dividerà, ma che per molti funzionerà benissimo.

Perché alla fine Essential resta un ottimo album rock: suonato bene, pieno di energia e con una chiara voglia di lasciare il segno. Magari non è ancora il lavoro definitivo che Yungblud sogna di realizzare, ma è un disco che costruisce basi solidissime per il futuro.

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Nu Genea - People of the moon

 


I ragazzi italo-tedeschi tornano con un album che era stato anticipato ormai un anno fa dal singolo “Scialla”, comparso sicuramente almeno in una tua story su Instagram.
Il disco è solare, energico e pieno di vita. Le canzoni si aprono ancora di più a una dimensione internazionale, pur senza allontanarsi del tutto dalla matrice partenopea.

Si viaggia molto tra Sud America e Spagna, con sonorità che oscillano tra funk e flamenco, mescolando ritmi e atmosfere con grande naturalezza.

People of the Moon è il disco perfetto da ascoltare sotto l’ombrellone.

 

 

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Send Help (2026)

Creatore: Sam Raimi

Interpreti: Rachel McAdams


Sam Raimi torna all’horror con Send Help, un survival thriller venato di dark comedy che segue Linda Liddle, un’impiegata brillante ma costantemente sottovalutata dal suo arrogante capo Bradley Preston. Durante un viaggio di lavoro in Thailandia, l’aereo su cui viaggiano precipita nel mezzo dell’oceano e i due si ritrovano unici sopravvissuti su un’isola deserta.

Ma quanto sono belli i film di Sam Raimi? Anche le sue opere meno riuscite riescono sempre ad avere una personalità, una qualità e un’intensità superiori alla media. E Send Help non fa eccezione.

La pellicola sembra inizialmente impostarsi come una classica commedia romantica: due persone opposte costrette a convivere, i contrasti, il flirt inevitabile e magari la passione che nasce nel mezzo della sopravvivenza. Ma Raimi ribalta subito le aspettative, trasformando tutto in qualcosa di molto più cinico e disturbante.

Fin da subito il film non cerca mai di farci empatizzare davvero con i protagonisti. Lui è un bastardo fino al midollo, il classico uomo in carriera disposto a schiacciare chiunque pur di sopravvivere; lei invece appare inizialmente fragile e indifesa, salvo rivelare lentamente una personalità manipolatrice e ossessionata dal controllo.

Send Help viaggia costantemente in equilibrio tra thriller psicologico, horror e splatter, mantenendo alta la tensione scena dopo scena. Il rapporto tossico tra i due protagonisti diventa il vero cuore della pellicola, fino a un finale inaspettato e tesissimo che riesce davvero a tenere con il fiato sospeso.

Il tutto è impreziosito dalla classica ironia nera di Raimi, che alleggerisce i momenti più violenti senza mai spezzare il ritmo. Un piccolo gioiellino che forse non raggiunge i vertici assoluti della filmografia del regista, ma che si farà ricordare come una delle sue opere più riuscite degli ultimi anni.

 

 

 

 

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Cime Tempestose (2026)

Creatore: Emerald Fennell

Interpreti: Margot Robbie e Jacob Elordi


Avete presente quando guardate un film inutile? Di quelli che, appena finiti, sapete già che dimenticherete nel giro di pochi giorni? Ecco, Cime Tempestose di Emerald Fennell riassume perfettamente questa sensazione.

Il film reinterpreta in chiave moderna e sensuale uno dei racconti d’amore più tormentati della letteratura. Ambientato nelle cupe brughiere dello Yorkshire, segue il legame ossessivo e distruttivo tra Heathcliff e Catherine, due anime incapaci di vivere insieme ma anche di separarsi davvero. Tra passioni travolgenti, vendetta e autodistruzione, la pellicola punta tutto sull’intensità emotiva e fisica del rapporto tra i protagonisti.

Il problema, però, non è tanto l’aver preso soltanto una parte del romanzo — l’amore impossibile — ampliandola con elementi più espliciti come sessualità, gravidanza e dinamiche sentimentali moderne. Il vero problema è che tutto questo coinvolge solo fino a un certo punto. Dopo l’ennesima scena carica di tensione erotica, allo spettatore viene spontaneo chiedersi: “Va bene, ho capito la passione ossessiva e travolgente… ma poi?”

E la risposta, purtroppo, è: poco altro. Si resta per gran parte del film in attesa che succeda qualcosa di davvero significativo, oltre agli amplessi continui e a un romanticismo volutamente esasperato, ma la storia sembra girare sempre attorno agli stessi concetti senza mai evolversi davvero.

Anche la scelta del cast lascia qualche dubbio. Margot Robbie è intensa e credibile, ma la differenza d’età con Jacob Elordi risulta piuttosto evidente. Non perché lei appaia fuori parte, ma perché lui, in molte scene, sembra troppo giovane per incarnare la durezza e il carisma oscuro di Heathcliff. Più che un uomo tormentato e feroce, appare spesso come un ragazzo ferito e spaesato. Inoltre, la scelta di renderlo una sorta di “cattivo dal cuore buono” tradisce parte dell’essenza del personaggio originale, che nel romanzo era molto più crudele e spietato.

Quindi vale la pena vedere Cime Tempestose, anche considerando il clamore — forse più costruito che reale — che lo ha accompagnato all’uscita? Per quanto mi riguarda, no. Esistono film capaci di raccontare passione, sessualità e tragedia in maniera molto più intensa, profonda e memorabile.

 

 

 

 

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Silent Hill 2 - Remake (PS5 2024)

Sviluppatori: Bloober Team


Faccio una premessa: questa recensione non sarà molto oggettiva. Del resto nessuna recensione lo è davvero, ma questa forse un po’ meno delle altre, perché sono sempre stato un enorme fan della saga e continuo a considerare Silent Hill 2 uno dei videogiochi più importanti mai usciti.

Quando venne annunciato Silent Hill 2 Remake ero probabilmente tra quelli più spaventati. Rifare un’opera così importante era un rischio enorme: troppo iconico l’originale, troppo delicato il suo equilibrio tra horror psicologico, dolore e simbolismo. E invece, contro ogni aspettativa, il remake riesce nella cosa più difficile: modernizzare il classico senza tradirne l’anima.

Il gioco riprende il capolavoro uscito nel 2001 su PlayStation 2, ampliandolo praticamente sotto ogni aspetto. La trama aggiunge piccoli dettagli narrativi e approfondimenti ai personaggi, mentre le ambientazioni storiche della serie vengono espanse con nuove stanze, corridoi e aree esplorabili che aumentano ancora di più il senso di smarrimento.

La storia di James Sunderland rimane ancora oggi devastante nella sua semplicità: un uomo che torna a Silent Hill dopo aver ricevuto una lettera dalla moglie morta anni prima. E la cosa incredibile è che, pur senza ricorrere a continui colpi di scena o svolte forzate, il gioco riesce a trascinarti sempre più in basso, dentro una spirale di colpa, dolore e autodistruzione. Hai costantemente la sensazione di assistere alla tragica fine di una storia d’amore.

L’atmosfera angosciante c’è tutta e si respira ad ogni passo. La nebbia, i silenzi, i rumori metallici nei corridoi, le luci sporche: tutto contribuisce a creare quel senso costante di disagio che la saga ha sempre saputo trasmettere meglio di chiunque altro.

Tecnicamente il remake è molto solido, anche se forse non impressiona quanto altri titoli recenti. Guardando a Alan Wake 2, uscito più o meno nello stesso periodo, il confronto sul piano puramente grafico si sente. Ma la verità è che non giochi a Silent Hill per vedere il riflesso perfetto su una pozzanghera. Giochi Silent Hill per quello che ti fa provare.

E in questo senso il comparto audio è semplicemente incredibile. Scricchiolii, urla lontane, suoni disturbanti e le musiche di Akira Yamaoka creano un’esperienza opprimente e malsana. Giocato con le cuffie riesce davvero a metterti a disagio in più di un’occasione.

Anche i combattimenti, da sempre punto debole della serie, rimangono volutamente legnosi. Ma, paradossalmente, funzionano proprio perché coerenti con tutto il resto dell’esperienza. Spesso verrai preso dal panico, sbaglierai i colpi e ti sentirai vulnerabile. Non c’è mai quella sensazione da action game dove controlli completamente la situazione.

Anche i nemici, alla lunga, non sono particolarmente vari e i boss non rappresentano una vera sfida. Silent Hill 2 Remake non è un gioco difficile, anzi. E rileggendo tutto questo qualcuno potrebbe pensare: “Quindi non è questo grande capolavoro”.

Ed è qui che entra in gioco qualcosa di difficile da spiegare. Perché forse Silent Hill 2 Remake non è perfetto, e forse non raggiunge lo status intoccabile dell’originale. Alcune sezioni sono più dilatate del necessario e certi momenti perdono un po’ della sottile ambiguità del gioco del 2001. Però ha un’anima. Una di quelle rare, che ti si incollano addosso.

Una volta iniziato vorrai continuare a scendere sempre più a fondo, aprire un’altra porta, risolvere un nuovo enigma e vedere dove quella storia vuole portarti. Ed è probabilmente questo il più grande successo del remake: essere riuscito a riportare Silent Hill al centro del genere horror senza dimenticare cosa lo avesse reso così speciale oltre vent’anni fa.

 

 

 

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The Madison (2026)

Creatori: Taylor Sheridan


 

La serie racconta la storia della famiglia Clyburn, che si trasferisce da New York City alla valle del Madison River, nel Montana centrale, in cerca di serenità dopo una tragedia che ha stravolto le loro vite.

All’inizio doveva essere l’ennesimo spin-off di Yellowstone, poi per fortuna ha preso una strada tutta sua, diventando qualcosa di completamente diverso.

Iniziamo subito col dire che, insieme a From, The Madison è probabilmente la miglior produzione targata Paramount+ degli ultimi anni. È un flusso continuo di emozioni che ruotano attorno al lutto vissuto da una famiglia di ricchi newyorchesi che però, sotto la superficie, assomiglia a qualsiasi altra famiglia: pochi pregi, tanti difetti e ferite difficili da rimarginare.

Ma la vera forza della serie è un’altra: ti mette spalle al muro. Ti costringe, quasi controvoglia, a fare i conti con riflessioni personali che forse avevi smesso di affrontare, soprattutto davanti a una serie TV.

Tecnicamente è quasi impeccabile. La fotografia è meravigliosa e riesce a farti innamorare dei paesaggi e della natura del Montana al punto da ritrovarti a cercare un volo per gli Stati Uniti senza nemmeno accorgertene. Anche il montaggio, volutamente lento e contemplativo, funziona perfettamente: non corre mai, ma ti trascina dentro al racconto un passo alla volta.

Il cast è straordinario. Michelle Pfeiffer offre probabilmente una delle migliori interpretazioni della sua carriera recente, intensa e dolorosa senza mai risultare artificiale. E poi c’è Kurt Russell, che da solo riesce sempre ad aggiungere quel carisma ruvido e irresistibile a qualsiasi progetto.

Peccato soltanto per l’ultima puntata che, paradossalmente, è la peggiore delle sei. Per tutta la stagione viene costruita un’impalcatura fatta di urla, risentimenti, mancanze ed emozioni trattenute, salvo poi sciogliersi in un finale che perde forza proprio sul più bello, senza veri sussulti. Ed è un peccato, perché fino a quel momento la serie sfiora davvero l’eccellenza.

Nel frattempo, nonostante la storia funzioni anche come racconto autoconclusivo, la serie è stata rinnovata per una terza stagione.

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I dischi da ascoltare a Maggio 2026

Tornano i Subsonica con il loro undicesimo album, Terre Rare, un lavoro che riporta la band su sonorità più affini al proprio DNA e che farà felici i fan storici. Dopo le derive più pop del disco precedente e alcune scelte soliste di Samuel, questo nuovo capitolo segna un ritorno compatto alle origini, quasi a voler riaffermare l’identità del gruppo.

Anche sul piano dei testi si percepisce una maggiore maturità: i temi sociali tornano centrali, come dimostrano brani come “Straniero” e “Radio Mogadiscio”, che aggiungono profondità a un impianto sonoro già solido. Il risultato è un album più adulto, curato e tecnicamente quasi impeccabile. Rispetto agli esordi, però, si avverte la mancanza di veri inni generazionali: quei pezzi capaci di diventare immediatamente iconici e trascinare il pubblico.

Resta comunque la conferma di una band ancora in grande forma, capace di rimanere rilevante nel panorama italiano. E chissà che dal vivo — li aspettiamo a fine luglio — questi brani non riescano a sprigionare tutta la loro forza.


Olivia Dean – The Art of loving

C’è poco da dire: con The Art of Loving, Olivia Dean conferma tutto ciò che di buono si era intuito agli esordi. La cantautrice londinese, classe ’99, arriva al secondo album con una maturità sorprendente, costruendo un lavoro elegante e personale.

Il disco si muove con naturalezza tra soul, pop e sfumature jazz, senza mai perdere coerenza. È un album che scorre con fluidità, curato nei dettagli e capace di suonare sempre autentico, senza forzature.

Forse manca il singolo da classifica, quello immediatamente virale, ma paradossalmente è proprio questo uno dei suoi punti di forza: The Art of Loving non cerca scorciatoie, preferendo costruire un’identità solida e duratura.

Un lavoro raffinato, che conferma Olivia Dean come una delle voci più interessanti della nuova scena britannica.

 

 

Cosmo - La Fonte

Il cantautore torinese Cosmo torna dopo l’ottimo Sulle ali del cavallo bianco con La Fonte, un lavoro che segna fin da subito una netta distanza dalle sonorità più dance del precedente capitolo.

Qui Cosmo cambia pelle ancora una volta: le sue produzioni, come sempre ricercate, rallentano i ritmi per abbracciare uno stile più vicino all’urban pop, proiettato al futuro ma con un approccio diverso — più pacato, meno urgente. Una trasformazione che sembra riflettere anche un momento personale dell’artista, recentemente diventato padre.

Anche i testi seguono questa direzione, risultando più lineari e immediati rispetto al passato, senza però perdere del tutto la cifra autoriale che lo contraddistingue.

Resta il dubbio sull’impatto di un disco così: coerente con il percorso artistico di Cosmo, ma forse destinato a rimanere in una dimensione più raccolta. Come già accaduto ad altri nomi della scena torinese, il rischio è quello di non raggiungere mai un vero successo di massa — anche a fronte di una proposta solida e riconoscibile.

Un album che conferma la coerenza dell’artista, ma che lascia aperta una domanda: quanto spazio c’è oggi per un percorso così indipendente nel panorama italiano?

 

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Final Destination - Bloodlines (2025)

Creatori: Zach Lipovsky e Adam Stein


Un gruppo di giovani sopravvive miracolosamente a una tragedia apparentemente inevitabile grazie a una premonizione. Ma la Morte, come sempre, non accetta di essere ingannata: uno dopo l’altro, i sopravvissuti iniziano a morire in modi sempre più inquietanti e imprevedibili. Questa volta, però, il filo conduttore affonda le radici nel passato: una misteriosa connessione familiare lega le vittime a un evento accaduto anni prima, suggerendo che il destino non colpisce a caso… ma segue una linea di sangue precisa.

Con Final Destination: Bloodlines siamo ormai al sesto capitolo della saga, e la pellicola resta fedele ai binari classici della serie: lo spettatore sa già cosa aspettarsi e, in fondo, è proprio quello che vuole. L’attesa non è tanto per la storia quanto per il “come”: morti sempre più elaborate, fantasiose e costruite come piccoli meccanismi a orologeria pronti a scattare.

Se da un lato questa formula continua a funzionare grazie a un’inventiva visiva ancora efficace, dall’altro è inevitabile avvertire una certa ripetitività di fondo. Il tentativo di inserire un legame con il passato e con una linea familiare aggiunge un minimo di variazione, ma non basta a rivoluzionare davvero la struttura narrativa.

Se vi sono piaciuti gli altri capitoli, questo è senza dubbio uno dei più riusciti degli ultimi anni; se invece avete già intuito il gioco e vi ha stancato, difficilmente cambierete idea: la Morte, anche stavolta, segue lo stesso copione.

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Super Mario Galaxy (2026)

Creatori: Aaron Horvath e Michael Jelenic


La storia riprende circa venticinque minuti dopo la fine del primo capitolo. Mario e Luigi si trovano ad affrontare una nuova e pericolosa minaccia: Bowser Jr., il figlio dell’ormai miniaturizzato Bowser, si allea con Wario per liberare il padre e vendicarsi degli idraulici.

Super Mario Galaxy riprende tutto ciò che aveva fatto di buono nel primo capitolo e lo espande, portandoci in una galassia piena di pianeti diversi e facendoci conoscere altri personaggi amati della serie videoludica, come Yoshi. La pellicola è un vero paradiso di colori e alcune scene, soprattutto nel finale, riescono a trasmettere bene il senso dell’azione, facendo divertire spettatori piccoli e grandi.

Purtroppo, però, la trama non va di pari passo. Anzi, si può dire che quasi non esista: il film è soprattutto una successione di rocambolesche scene d’azione, citazioni ai giochi della saga e richiami al cinema degli anni Novanta. E rispetto al primo film viene inevitabilmente meno anche l’effetto sorpresa.

Super Mario Galaxy è un film che va visto nel suo splendore visivo, possibilmente in una sala IMAX o, in alternativa, quando arriverà sulle piattaforme in 4K. Ma resta, usando una terminologia videoludica, una pellicola con una grafica pazzesca… ma con poca giocabilità.

 

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La mummia di Lee Cronin

Creatore: Lee Cronin


La giovane figlia di un giornalista scompare misteriosamente nel deserto egiziano. La famiglia, distrutta dal dolore, prova a ricostruire la propria vita, ma otto anni dopo la ragazza riappare improvvisamente. Quello che dovrebbe essere un ricongiungimento felice si trasforma presto in un incubo: la bambina non è più la stessa e sembra portare con sé un’antica e oscura maledizione legata a una mummia e a forze sovrannaturali.

Dimenticatevi i film avventurosi di qualche anno fa: La Mummia di Lee Cronin è un horror a tutti gli effetti.

Il regista firma una pellicola fortemente autoriale che segue il filo rosso già intrapreso con La Casa - Il Risveglio, e nel finale, a tratti, sembra davvero di essere tornati dentro una pellicola della saga di La Casa, pescando a piene mani dall’immaginario folle e dissacrante di Sam Raimi.

La Mummia, per un genitore, è un vero colpo allo stomaco: una figlia scomparsa che riappare in quelle condizioni otto anni dopo è un’immagine difficile da sostenere emotivamente. Spesso è più l’angoscia della paura a dominare la scena, una sensazione che probabilmente colpirà in modo particolare chi si accinge alla visione con una sensibilità genitoriale.

La pellicola, pur seguendo una struttura piuttosto classica — con tanto di inevitabile spiegone del professore universitario che traduce in pochi secondi una misteriosa pergamena in pelle umana — trova nella regia e nel comparto sonoro i suoi veri punti di forza. La telecamera non rimane mai ferma ed entra ed esce continuamente dalle stanze della casa, ricordando soluzioni già viste in Presence. Le inquadrature sono studiate nei minimi dettagli per trasmettere allo spettatore un costante senso di disagio, amplificato da un sonoro fatto di scricchiolii e sospiri raggelanti.

La Mummia è anche un film dichiaratamente splatter: erano anni che l’horror non affrontava questo registro con una tale intensità, e in alcune sequenze lo spettatore potrebbe trovarsi davvero disgustato da ciò che vede sullo schermo.

Insomma, è un film perfetto? No, non lo è. Gli attori, per buona parte della durata, si limitano a sfoggiare espressioni incredule e terrorizzate senza mai prendere decisioni davvero sensate. Va bene la sospensione dell’incredulità — elemento fondamentale nel genere horror — ma qui si raggiungono livelli piuttosto estremi: la polizia sembra non esistere, il sistema sanitario sparisce e accadono eventi terribili che, dopo pochi minuti, vengono archiviati con troppa facilità.

La Mummia resta comunque un buon film horror, capace di regalare emozioni forti e momenti di autentica tensione. Non sarà un capolavoro, ma in un panorama spesso povero di idee, ben vengano film così.

 

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One Piece - Serie Tv

Creatore: Eiichirō Oda


One Piece è una serie televisiva nippo-statunitense del 2023 creata da Matt Owens e Steven Maeda. Distribuita da Netflix, rappresenta l’adattamento live action dell’omonimo manga di Eiichirō Oda, che ha partecipato attivamente al progetto come consulente creativo.

La prima stagione è stata la serie  più vista su Netflix nella seconda metà del 2023. Due settimane dopo l’uscita è arrivato il rinnovo per una seconda stagione e, nell’agosto 2025, la serie è stata addirittura rinnovata per una terza stagione prima ancora della distribuzione della seconda: un segnale evidente della fiducia riposta nel progetto.

Riassumere la trama di One Piece in poche parole è pressoché impossibile, vista la mole sterminata di capitoli del manga e di episodi dell’anime, ancora oggi in corso. La serie live action ripercorre principalmente i primi archi narrativi, raccontando la formazione della ciurma guidata da Monkey D. Rufy, giovane pirata il cui corpo ha acquisito le proprietà della gomma dopo aver ingerito un Frutto del Diavolo. Il suo sogno è diventare il Re dei Pirati e trovare il leggendario tesoro noto come One Piece.

La serie riesce in qualcosa che molti fan ritenevano impensabile: trasportare sullo schermo la carica visiva e narrativa del manga, mantenendo intatta la follia creativa dell’opera originale. I personaggi, pur provenendo da un immaginario fortemente stilizzato, riescono a creare empatia fin da subito. Ciò che emerge con forza è l’affiatamento del cast: lo spettatore percepisce chiaramente che gli attori si stanno divertendo a interpretare quei ruoli, e questo entusiasmo diventa contagioso.

La regia propone soluzioni visive sorprendenti, soprattutto nella prima stagione, con grandangolari molto spinti e movimenti di macchina dinamici che ricordano vere e proprie montagne russe. I combattimenti, pur non essendo numerosissimi, risultano efficaci proprio grazie all’uso di campi larghi e alla scelta di evitare un eccessivo ricorso ai primi piani, valorizzando così la coralità dell’azione.

Anche gli effetti speciali meritano una menzione: il mix tra CGI e scenografie reali è convincente e contribuisce a rendere credibile un universo che, sulla carta, poteva risultare difficile da adattare. Particolarmente riuscita è la scelta di realizzare molti villain attraverso trucco prostetico e interpretazioni fisiche, evitando un abuso di personaggi interamente digitali.

La seconda stagione segue il solco tracciato dalla prima, pur adottando una regia leggermente più tradizionale e meno sperimentale.

One Piece può essere definita una sorta di road movie marittimo: una grande avventura piratesca che attraversa isole sempre diverse tra loro, ognuna con una propria identità narrativa. Le storie oscillano tra momenti buffi e passaggi più drammatici, ma conservano sempre quella follia creativa e quella genialità che hanno reso celebre il manga.

In definitiva, One Piece è una trasposizione sorprendentemente fedele allo spirito dell’opera originale. Una delle migliori produzioni Netflix degli ultimi anni e, senza dubbio, uno degli adattamenti live action più riusciti mai realizzati.

 

 

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